Ho subìto un rapimento! Sì, le prime 60/70 pagine di questo libro mi hanno strappato dalla realtà catapultandomi cuore, membra e mente a Madrid in un appartamento di Conde de la Cimera. Ho provato eccitazione, angoscia, panico, senso di impotenza, ho voluto proteggere, scoprire, scappare, e dimenticare. “Domani nella battaglia pensa a me” ha un’inizio tra i più belli che abbia mai letto si a in termini di stile che in termini di trama.

Lo stile, a mio avviso, eccellente dell’autore rimane invariato per tutta l’opera letteraria, la storia, nel suo incedere,lascia spazio a lunghe e sostanziose parentesi su concetti filosofici legati al nostro essere, al nostro apparire e alle facciate che con l’età adulta riusciamo a cambiare in base alle circostanze (parte relativa alla presentazione di Ruibérriz e all’incontro con il Solo). Maschere, del nostro “vero” (?) essere che tendiamo a gettare quando, nella vecchiaia, siamo consci di essere vicini al nostro definitivo commiato (incontro con il Solo).
Altri spunti filosofici si trovano nel finale (ma velatamente sotto tutto il romanzo) che amo riassumere con il seguente aforisma: “…le cose non sono realmente accadute se non si sanno o se non vengono raccontate da chi sa del loro accadimento”. Concetto in modo più ampio ed esaustivo espresso in opere di Nietzsche o più prosaicamente e limitatamente in film come “Centochiodi” di Olmi o “Into the wild” di Penn: la condivisione di un’emozione, una rivelazione, un’esperienza rappresenta la chiusura del cerchio delle stesse. Senza la condivisione nulla di ciò che abbiamo scoperto, pensato, provato ha senso.
A mio avviso è proprio la voglia di chiudere il cerchio che spinge Victòr ad avvicinarsi alla famiglia Tellez anche dopo aver saputo che il bambino stava bene e quindi a dare un senso di esistere al romanzo. In una situazione del genere forse io avrei solo cercato di dimenticare o mi sarei sfogato solamente con Ruibérriz.
La trama pecca dunque, secondo me, di continuità, forse l’autore paga l’essersi giocato il punto di “singolarità” (che tipicamente è uno in un romanzo e spesso nel finale) nelle prime pagine della sua opera e il lettore, rimane viziato da una partenza di tal forza tanto da rimanere forse deluso dal decrescere delle sensazioni. Sarebbe stato impossibile per Javier Marias aumentare la dose di adrenalina e difficilissimo mantenerla costante per le 300 pagine del libro senza (s)cadere nella fantascienza o, peggio, in un romanzo stile Tom Clancy.
Il finale mi risulta un po’ stiracchiato, la probabilità che succeda veramente una cosa del genere è troppo bassa per essere verosimile.
Ho trovato pressoché inutile (ma sicuramente è un mio limite) la parentesi sulla moglie Celia, l’unico collegamento (che ho rilevato) è che sia la notte con Marta sia la notte alla ricerca della verità sul presunto “lavoro” della ex moglie sono state notti insonni e altamente emotive del protagonista.
Nel complesso un bel libro che merita di essere letto per chi ama uno stile narrativo raffinato da gustare lentamente (come un vino d’annata), un susseguirsi di parole pesate e mai banali. Consigliato anche a chi, come me, a fronte di considerazioni più astratte che esulano dalla trama, ama sospendere la lettura e lasciarsi andare in riflessioni di carattere filosofico.






la parte iniziale è sicuramente la più bella ed emotiva. lì mi è piaciuto molto quando marta morendo si è stretta a lui quasi a voler entrare dentro di lui, la paura di lui, il dolore di lei….
poi io e javier ci siamo persi. il suo personaggio è cambiato ha fatto e pensato cose che io non avrei fatto. è scappato da una casa lasciando un bimbo solo, non ha tel avvertendo nessuno, ha preso delle cose, come il nastro, che non gli appartenevano, è rientrato in quella famiglia in maniera subdola, ha corteggiato e pedinato la sorella della defunta,,,,, per non parlare del finale assolutamente fuori da ogni logica, buttato là senza motivo.
la maniera di scrivere di javier è contorta e inutilmente stancante. i punti e a capo, le virgole servono per riposare la mente, prendere fiato non sono solo un capriccio.
sicuramente ci sono molti spunti per pensare, concordo. è sicuramente un libro da sorseggiare, come dice bazu. ma troppo cavilloso.
chi mi spiega il titolo? (quiz)
Da: Ile su 22.07.2008
alle 14:02:48
arrivo col capo chino dicendo che
1) avevo dimenticato completamente la scadenza
2) avevo rimosso completamente i particolari del libro
3) avrei voluto arrivare con delle parole migliori ma sto al lavoro e non so con quanta fretta possa scrivere ora
4) non riesco a “produrre” al lavoro
… quello che i minuti qui mi permettono di dire è che: il libro mi ha accompagnatop durante la settimana di infortunio e alle prime pagine me ne sono innamorata, mi ci sono immersa dalla mattina alla sera
interruzione
insomma mi piaceva quello stile fitto fitto, denso, che non lasciva un attimo di respiro. Parole che si rincorrevano e mi facevano correre dietro a loro.
Poi una svolta.
Le parole hanno cominciato a non rincorrersi, ma ad attardarsi e lo stil efitto è diventato affollato e ho cominciato a perdermi. C’erano discorsio che mi sembravano inutilemente aggiunti, incidentali, collaterali.
Sono andata dietro a victor e dean, il resto non m’interessava. Non mi ha interessato per nulla il lavoro di victor, non era quello che me l’ha fatto seguire. Mi interessavano solo le persone, e i loro pensieri.
Posso rinunciare al sollievo visivo e mentale di un punto e daccapo solo se rigurarda i loro pensieri, ma non la storia del lavoro e di quel tipo che non riusciva a dormire.
interruz aspè
purtroppo non ho tempo di riordinare i miei pensieri e metterli meglio. e se forse l’avessi, non saprei fare di meglio! chissà!
per ora così.
Da: Gira su 22.07.2008
alle 14:04:00
ci sono anche io!!!!
ebbene si, ce l’ho fatta….poco fa l’ho finito!!!!
che dire, mi è pisciuto molto, mi ha presa e coinvolta sin dall’inizio e non mi ha più abbandonata…
victor mi piace molto come personaggio…anche se concordo con ile sul fatto che si è comportato un po’ “male” agendo come se non fosse succeso nulla, lasciando lì la morta e il bambino, anche se non so cosas avrei fatto io al suo posto…
Mi è piaciuto però come lui si è poi intyeressatop quasi morbosamente alla sua vita….
“il fatto che qualcuno muoia mentre tu continui a rimanere vivo ti fa sentire come un criminale per un istante”
sarò stupida, ma questo libro è scritto troppo fitto…mi perdevo sempre….il fatto che i paragrafi e i dialoghi fossero scarsi mi ha mandato in crisi….mi perdevo, non c’era nulla da fare, non trovavo mai la riga dove ero arrivata…
lo so che non ho scritto chissà cosa, ma non sono molto brava a recensire!!!!
sul titolo ho trovato questo:
Il titolo è tratto dal “Riccardo III” di Shakespeare: è la maledizione che il fantasma della regina Anna scaglia sul re che l’ha fatta uccidere. Ma la storia è ambientata nella Madrid dei nostri giorni, dove l’io narrante, Victor Francés, sceneggiatore per il cinema e la tv, vive facendo il “negro”, in proprio o per conto terzi. Victor conosce Marta, una donna sposata che gli muore tra le braccia proprio la notte del loro primo convegno amoroso. Fugge, ma resta prigioniero del passato della donna e decide di ricostruirlo. Sarà un viaggio di esplorazione nei misteri del cuore umano, ricco di sorprese, drammi, colpi di scena.
secondo em da questa cosa si capisce molto.
concordo con sonia…anche a me non è piaciuto il capitolo dedicato all’Unico, e tutte le volte che parlava di lui, nemmeno quello dell’ippica….troppo di contorno e nn incentrati su victor e gli altri..
ragazzi, io vorrei etichettarlo in anobii…come posso definirlo secondo voi?
avete notato che in spagna dicono “tocca legno” e non “tocca ferro”?
L’ha detto anita a victor quando all’ippodromo gli annuncia che il lavoro dell’unico era saltato…chissà come mai…
Da: Fra su 22.07.2008
alle 14:04:48
arrivo tardi…..ma ho una giustificazione…. che vale anche per il fatto che il libro non l’ho finito….
attulamente sono ad 8 ore di fuso dall’Italia (qui sono le 4 di mattina) e non sono via per piacere, ma per lavoro…
che sfiga direte!!! beh, però non so quando rientrerò di preciso…..cmq “Domani nella battaglia pensa a me” è rimasto a casa, visto che sono partita in fretta e furia (senza valigia) e in aereo mi veniva quasi da piangere visto che ho subito lo stesso rapimento che ha subito bazu leggendo la prima settantina di pagine….
quindi il libro sta là…. sul mio comodino…. in Italia….. letto a metà….
Ho visto che è stato scelto “Seta”….perfetto…..
un saluto
KIA
Da: Kia su 22.07.2008
alle 14:05:41
Vi ringrazio di avermi fatto rientrare nella magia di questo libro, che ho adorato. Più di un anno fa avevo fatto un paio di domande in merito, soprattutto riguardo al titolo, la cui metafora ancora mi sfugge.
Dopo questo, ho letto un altro libro di Marìas (“Un cuore così bianco”), altrettanto particolare, ma non ugualmente bello.
Da: Trasparente su 22.07.2008
alle 14:06:39
La chiave di interpretazione del titolo (frase del Macbeth di Shakespeare) è spiegata nella confessione finale di Déan. Da quello che ho capito, si riferisce più al “crimine” di Déan, è un richiamo al peso che le persone morte hanno sulla coscenza di chi li sopravvive soprattutto se chi sopravvive ha colpe o conti in sospeso con chi è morto. Ma occhio, questa è solo una mia interpretazione e per questo altamente opinabile. Idee migliori?
Da: bazu su 22.07.2008
alle 14:08:57
è una maledizione. ma è victor il protagonista, la frase viene spessissimo e soprattutto in relazione a lui.
forse lui ha colpe? lo sapete che ho la fissa che sia stato victor ad uccidere marta? la frase “”le mani che vanno dappertutto senza esitazioni nè scrupoli, le mani che stringono o accarezzano o indagano o anche colpiscono (oh è stato senza volere,involontariamente, non c’è nemmeno da ricordarlo)….”; il fatto che non si dica perchè marta è morta, cosa le sia successo….. per me è stato lui è sua la colpa, non sò come
Da: ile su 22.07.2008
alle 14:09:19
ah un’aggiunta.
Non si può non riconoscere la propria moglie. maddaiiiiiiiiiiiiiiiii
questa proprio non gliela faccio passare a javier
Da: gira su 22.07.2008
alle 14:19:20
uh che bello i ns commenti qui. bravo luca, ogni tanto ne fai una uona
Da: Sonia su 22.07.2008
alle 16:58:19
“uona” è napoletano o dislessia?
Da: bazu su 22.07.2008
alle 16:59:51
dislessia tua che non ci vedi e non ci leggi.
c’è scritto Buona
Da: Sonia su 22.07.2008
alle 18:33:44
bravo bazu, bel lavoro!!!
Da: butterfra su 22.07.2008
alle 20:00:19
ma perchè non c’ho l’immaginetta???
Da: butterfra su 22.07.2008
alle 20:01:03
ma della mia teoria nssuno dice niente??? perchè non mi date soddisfazione!
Da: ile su 23.07.2008
alle 09:23:18
L’ipotesi dell’omicidio iniziale, secondo me, non funziona dubito che Luisa prima e Dean poi avrebbero dato confidenza all’omicida (loro di certo erano al corrente della vera causa della morte di Marta).
Su Victòr forse la “maledizione” del titolo funziona perchè in lui scatta il desiderio di espiare “la colpa” di essere stato lui a vivere l’estremo momento intimo di Marta usurpando il posto di un’altro.
@fra ma il commento l’hai inserito da loggata?
Da: bazu su 23.07.2008
alle 09:25:42
bazu, ma allora perchè quella frase sulle mani??
mi son fissata e tu non capisci che vuol dire…una volta successe con la parola unarmena (asa star).
da dove arriva quella frase? ha colpito solo me? voi non l’avete notata?
forse ha colpito marta accidentalmente, senza lasciare segni….
perchè non viene detto da cosa è morta marta?
Da: ilek su 23.07.2008
alle 12:14:35
si, da loggata
Da: butterfra su 23.07.2008
alle 13:29:36
mi sa che non sono loggata…
ops
Da: butterfra su 23.07.2008
alle 13:30:18