Inserito da: bazu | 27.11.2008

La zia Julia e lo scribacchino!

Non so quale sia stato il motivo che mi abbia portato a leggere questo testo: non conoscevo l’autore, non ho mai avuto occasione di scorgere il romanzo in libreria, le due biblioteche alle quali sono iscritto non avevano alcuna copia del libro, al momento in cui la sua lettura mi è stata proposta dovevo partire per una vacanza di tre settimane durante la quale non avrei letto assolutamente nulla, eppure “Volli, sempre volli, fortissimamente volli!”, leggere questa opera di Vargas.la_zia_julia_e_lo_scribacchino

Forse è stato istinto, forse è accaduto perché a propormelo fu una persona che reputo sapere cosa sia stile e cosa non lo sia, fatto stà che ora, terminate le ultime pagine mi ritrovo qui a scriverci sopra un commento.

E’ un libro che mi è piaciuto moltissimo, da tempo un romanzo che ritengo non essere sperimentale dal punto di vista linguistico, non catalizzava così tanto la mia attenzione. E’ lungo, denso e specialmente all’inizio si ha l’impressione di non avanzare ma non si fa fatica perché l’autore scrive, a mio avviso, divinamente. E’ dotato di una proprietà di linguaggio e di un vocabolario eccezionali, non un avverbio, non un aggettivo che siano fuori posto. Il testo è chiaro e molto evocativo.

L’autore in questa opera ci narra la storia, ambientata negli anni 50, di Mario uno studente peruviano che si “compra” i pochi lussi della sua giovane età (sigarette e libri) con i soldi guadagnati scrivendo bollettini per una radio di Lima. Qui incrocia la sua esistenza con Pedro Camacho (“…un uomo nel fiore dell’età, sulla cinquantina, fronte spaziosa, naso aquilino, sguardo penetrante, rettitudine e bontà nello spirito”), un persona alquanto singolare, uno scriba boliviano, tanto talentuoso quanto eccentrico, ingaggiato dalla radio per scrivere romanzi radiofonici. Romanzi che via via ottengono un crescente successo nazionale e i cui incipit, il lettore, li può leggere ad ogni capitolo dispari del libro. Ecco dunque che la storia principale (i capitoli pari) in cui il protagonista inizia una travagliata, perché apertamente osteggiata dalla famiflia, storia d’amore con sua zia Julia (acquisita, divorziata e di 12 anni più vecchia di lui), viene intervallata con dei succulenti antipasti di romanzo qualitativamente ottimi e accattivanti: incesto, omicidio, sottomissione, violenze e tragedie di ogni tipo.

Sia storia principale che racconti, nonostante i temi severi caratterizzanti questi ultimi, sanno essere divertenti e mai in alcun modo angoscianti o cupi, vi è sempre un’ironia efficace, pungente ma mai stancate ed eccessiva.
Le vicissitudini amorose di Mario nonché il ritratto che lo stesso ci fa di tutti i suoi famigliari, costituisce una discreta ma decisa critica contro il perbenismo, il conservatorismo, l’idiozia dei benpensanti per i quali conta più l’immagine della famiglia che la felicità del singolo, felicità che concretamente non danneggia nessuno (a parte, secondo il punto di vista del padre, il protagonista stesso).

[inizio SPOILER attenzione da qui in poi si rivela parzialmente la trama]
La storia d’amore cattura e grazie alla capacità narrative dell’autore si riesce ad immaginare Lima, gli odori dei suoi vicoli, del suo mare, la muffa sulle pareti di radio Panamericana, la polvere sulle scartoffie in archivio, l’atmosfera studentesca delle bettole in cui lo scriba beveva i suoi infusi di citronella e menta. La moltitudine dei racconti può alla lunga risultare leggermente noiosa ma riesce a far trasparire l’idea del lento logorio mentale di cui Camacho è vittima e che lo porterà al manicomio. Si parte da semplici scambi di nomi tra racconti, si passa per l’intromissione dei personaggi in diversi romanzi non collegati tra loro, per arrivare al delirio totale degli ultimi racconti, idiozia crescente che ho trovato molto esilarante.

Mi è piaciuto il finale, un lieto fine realista. Trovo “semplicistici” i finali di film e romanzi per cui vale il “…e vissero felici e contenti”: autori e sceneggiatori sono tutti bravi a descrivere lo sbocciare e l’esplodere di un amore ma nessuno ci racconta cosa succede dopo anni di convivenza il mutare dei sentimenti intrinseco in qualsiasi rapporto. Qui Vargas non parla di amore eterno, ci racconta di una fine del rapporto che possiamo presupporre indolore (parenti a parte) perché la stessa Julia lo aveva previsto (chiedendo felicità per non meno di cinque anni). E’ caratterizzato da una discreta dose di malinconia in cui i personaggi si ritrovano dopo anni, invecchiati, meno romantici e più cinici. Rivediamo un Pedro Camacho nell’unico ruolo che la realtà avrebbe potuto assegnarli.
[fine SPOILER]

Leggendo la postfazione ho scoperto che Vargas ha scritto prevalentemente attingendo da fonti autobiografiche e questo romanzo non è un’eccezione; questo fatto, a mio avviso, depotenzia un po’ l’opera, sminuendo, seppur di poco, il lavoro dell’autore. Questa mia piccola considerazione finale non è in grado di mutare mio il giudizio su questo libro che rimane entusiastico.



Risposte

  1. Il libro ha un avvio intrigante, brillante (trovate geniali: i radiodrammi che si vendono al kg come il pesce!!).

    Mi è piaciuta molto l’ironia e questa ambientazione “demodè”, questa società un po’ all’antica che forse non esiste neanche più.

    Fantastica la scrittura “iperdettagliata”, ogni pagina è ricca di particolari, con un lessico dal sapore vagamente antico, demodè(mi devo ripetere). Complimenti anche al traduttore: meraviglioso questo senso di lingua di una volta e questi echi un po’ spagnoli.

    Anche i racconti sono interessanti… anche se a un certo punto stancano. Credo che questo effetto di “sovraffollamento” dei racconti, di “troppo” e “troppo catastrofico” sia cercato e calcolato, tuttavia ho davvero avuto la sensazione di noia ed esagerazione nei racconti finali – sebbene fossi consapevole che la direzione presa fosse coerente con le scelte precedenti e con lo sviluppo del personaggio Camacho.

    A livello più terra terra, sono rimasta delusa dall’epilogo della vicenda principale e dal destino dei protagonisti – mi ha fatto una certa tristezza il povero Camacho, fonte di ilarità in principio e di pietà alla fine.

    In sostanza, trovo che il romanzo sia una satira raffinata della società sudamericana degli anni ‘50, che apprezzeremmo ancora di più se conoscessimo appieno le dinamiche di questi paesi e la loro cultura (es. qsta presunta antipatia tra peruviani e argentini).

    Devo però ammettere un po’ di delusione per i contenuti complessivi: mi aspettavo una metafora sulla scrittura, in parte presente, ma limitata.


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