..”Ma fuma?” chiede Iacopo. No. “Cala?” Ovviamente no. “Almeno, beve?” chiede il Mella con un ghigno. Figuriamoci, “E allora cosa ci fa in giro con noi?” chiosa Iacopo ridendo
L’opera di Santoni ci parla di un manipolo di ragazzi della provincia di Firenze che si ritrovano al bar di paese. L’hobby che li unisce è il provare sulla propria pelle in modo coscienzioso (per quanto lo permette la loro età), consapevole, organizzato, sistematico e corale tutte le droghe possibili. Nessuno ha particolari problemi a casa, non sono spinti dalla disperazione o dalla solitudine ma da pura curiosità e noia. Si inizia con un prologo, per poi, partendo da dieci anni prima, ripercorrere sotto forma di “episodi” tutte le esperienze che il gruppo ha avuto con le droghe da quelle legali (sesso, alcool, tabacco e caffè) quelle illegali; ogni capitolo una droga differente.
E’ scritto bene, scorrevole, la narrazione è asciutta sintetica e ciò che più è importante per libri che narrano di esperienze di droga, è priva di moralismi. Lo stile è moderno, ma non troppo, viene fatto uso di alcuni termini dell’ambiente ma tutti facilmente traducibili. Questo libro non ci impone un giudizio sull’uso delle droghe ma ci offre il punto di vista viscerale di che le ha provate, non ci costringe a giudicare i personaggi, non ci dice cosa è bene e cosa è male. Non è un capolavoro ma entra dentro, in poco tempo mi sono trovato assuefatto alla sua lettura e affezionato (quasi impossibile non esserlo) a questi giovani psiconauti dal volto umano.
Notevole l’uso dell’etichetta “interesse comune” affibbiata alla pratica che lega questo gruppo di, come dice la quarta di copertina, eroi nichilisti. Già perché credo che “spararsi” 100 Km di bicicletta a settimana, 1000 metri di dislivello in montagna, 4 maratone l’anno, decine di migliaia di metri su piste da fondo, ore di kite surf/parapendio/ultraleggero/moto/calcetto/ecc rappresentino né più ne meno una forma legale di droga: sono tutte attività che alleggeriscono il cervello dell’arduo compito di pensare regalandogli in cambio brividi e/o emozioni. Sono tutte pratiche che legano delle persone che in comune hanno la dipendenza per qualche “sostanza alterante” sia essa l’endorfina, l’adrenalina o la meta-anfetamina.
«Forse, pensa Mimmo, [...] se tutti prendessero atto della vera quantità di droghe in giro, del fatto che si fuma tanta erba quanto si beve birra e vino, che ogni notte a Milano, Firenze e Roma vengono sniffati quintali di cocaina da gente di tutti i tipi, per nulla emarginata, che i pochi al mondo che ancora fanno ricerca spirituale lo fanno violando la legge, con funghi allucinogeni e acido lisergico, magari, oggi, vivremmo in una società razionalmente antiproibizionista, con una mafia molto meno ricca, una gioventù molto meno dedita alle sostanze, e di certo, servizi sociali, psicologi e SERT infinitamente più efficienti»
Questi ragazzi si muovono su un terreno molto scivoloso ma sono uniti e la loro unione è come la corda che lega una spedizione di alpinisti che evita loro, di cadere singolarmente dentro agli innumerevoli crepacci che il percorso (10 anni di vita) presenta. Nessuno viene lasciato indietro, se uno arranca o è reduce da una disavventura, gli altri se ne preoccupano. Tutti, nel romanzo, prima o poi maturano e capiscono che dalla finestra aperta per mezzo di uno stupefacente devono prima o poi rientrare e che “la poesia” di certe serate, di certi momenti , di certi legami e di certi vissuti, viene corrosa dal tempo, viene progressivamente affievolita dalla pratica perché nella pratica si esaurisce la meraviglia delle prime volte. Il rientro ad una normalità di certi soggetti (Mella, Mimmo, Sandrone), chi per presa di coscienza, chi a seguito di qualche brutto “viaggio”, serve agli altri da esempio, da faro, induce i superstiti a riflettere (il Mella rimane sempre nei pensieri del gruppo), serve loro a rendersi conto che la “normalità” (mediocrità, dal loro punto di vista) prima o poi li attende.
Mi è piaciuta la rottura della catena che lega l’uso di droga con l’autodistruzione, con il fallimento e con la morte, in questo Santoni è stato bravo ad evitare questo luogo comune. I protagonisti del romanzo hanno un rapporto con le droghe pari a quello che la gente “comune” ha con l’alcool: assumere stupefacenti non significa essere tossicodipendenti esattamente come ubriacarsi non significa essere alcolizzati. Come tantissime pratiche di vita (alcool, denaro, gioco), anche l’uso di droghe non è, secondo me, da condannarsi a priori, diventa condannabile quando non se ne riesce più a fare a meno per vivere e soprattutto quando l’esperienza condotta viene “usata” per isolarsi e non per aumentare l’empatia tra le persone. Il vero pericolo nell’alterarsi chimicamente sta nel fatto che il confine che porta alla dipendenza e all’autodistruzione è molto facile da superare, specialmente se soli o particolarmente “sensibili”.
«…I proibizionisti son di due tipi: quelli che non hanno idea di cosa stiano parlando, e quelli che sono d’accordo col sistema che sta dietro all’illegalità delle droghe..»
Bravo l’autore a mostrarci la dinamica evolutiva “del gruppo”: da adolescenti il gruppo è forte poi pian piano si disgrega, si passa preferirgli un partner, un lavoro o le proprie ambizioni personali. L’atto di accantonare gli amici non è indolore, viene vissuto naturalmente (inteso come naturale processo di crescita) ma getta le basi per ricordi malinconici che li accompagnerà per tutta la vita.
Le possibili strade da percorrere per attraversare la vita che si profilano dinanzi alla generazione di Iacopo&Co non sono in numero finito e ben asfaltate (come magari erano qeulle della generazione che li ha preceduti), sono invece infinite e quando va bene sono tracce labili di sentiero montano. I protagonisti rappresentano quella generazione definitivamente orfana della politica, radicalmente distaccata dalla religione, indifesa preda del consumismo, tradita dal falso mito delle lauree, crescere in una situazione culturale e morale del genere spaventa, atterrisce ci si ritrova assolutamente privi di poli magnetici in grado far funzionare la propria bussola interiore.
Per loro e per quelli che seguono, infatti, non esiste il lavoro sicuro, un titolo di studio non da certezze, l’amore non è per sempre, il matrimonio non è un obiettivo di vita che porta necessariamente alla felicità, non esiste un Dio che li osserva e li giudica, non esistono speranze di rivoluzioni in cui credere, non esistono leader sociali da seguire e di cui fidarsi, non è tangibile il senso di giustizia (nel senso più ampio del termine) che la società dice di offrire.
«Comunque per me si è amazzato per quelle storie legate ai gruppi. E per la mancanza di fica”, insiste Iacopo. “Se quella uccidesse, qui ci sarebbe un’ecatombe”, replica il Mella scroccandogli una Marlboro dal pacchetto»
Crescono fedeli al tacito grido “Fuck the world”, coltivano una sorta di “anarchia costituzionale” in cui al di fuori dell’atomo composto dai compagni di ventura (dentro il quale esiste una costituzione e un ordine) nulla conta e il nucleo è tenuto legato da forze facilmente scardinabili basate su un interesse comune discutibile. Forse i 10 anni dei nostri protagonisti non lasceranno traccia nella storia (come i dieci anni tra i 16-26 della gran parte delal gente), forse il tempo speso a sperimentare sostanza psicotrope non è tempo utile ad alcuno (come il tempo speso egoisticamente da molta gente), forse, nel seguire questa strada, alcuni hanno compromesso un futuro avvenire da megaimprenditoriarraffatutto (quanta gente ci prova inutilmente ammazzandosi di lavoro?), sicuramente tutti non diventeranno mai campioni sportivi (quanti da ragazzini lo sognano e poi non lo diventano?) ma una cosa è certa queste persone vivono, osservano, crescono e imparano su un terreno in cui a insegnare sono i fatti e non le qualunquistiche frasi fatte di un genitore “democristiano”. E quando la vita , con il crescere, si mostrerà loro sempre più avara di emozioni (sia in termini di varietà che di quantità) e spazi vitali sicuramente non avranno rimpianti per le esperienze che avrebbero potuto fare e che non hanno fatto (certi “trip” si fanno all’età giusta o non si fanno). Al di là del collante che unisce questi giovani nelle vicende narrate, dal libro annusiamo, la trasgressione, l’amore (pochetto), il sesso (pochetto), l’amicizia, l’indipendenza, l’isolamento, la tristezza, la gioia, l’ingenuità e la superficialità, tutti splendidi e indimenticabili ingredienti di qualsiasi giovinezza trans-generazionale.
«E’ come se gli anni di magra sessuale gli avessero fatto rinunciare anche solo all’idea di poter rimorchiare, e tutto il suo essere si fosse concentrato nell’apparire sobrio e rassicurante, un uomo non dico da sposare ma di certo con cui avere una storia lunga e responsabile, ottenendo soltanto di farlo apparire ancora più sfigato. Il marsupio verde fluorescenteè il marchio di infamia finale, la ciliegina sulla torta di merda, il calcio in faccia automatico a qualunque ragazza in grado di superare la guaina esteriore e magari intravedere che dietro a quella mise c’è proprio una brava persona»
Approfondimenti
L’autore ci parla del suo libro:






bella rece!
l’ho linkata sul myspace
Da: sarmizegetusa su 29.05.2009
alle 19:44:06
Grazie!
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WoW ora ci sono arrivato sul chi c’è dietro al tuo nick, beh, allora, oltre al “Grazie” ti meriti anche un bel “Complimenti”!
Ciao
Da: bazu su 30.05.2009
alle 12:07:33
Ciao, riguardo al pezzo «Forse, pensa Mimmo, [...] se tutti prendessero atto della vera quantità di droghe in giro, del fatto che si fuma tanta erba quanto si beve birra e vino, che ogni notte a Milano, Firenze e Roma vengono sniffati quintali di cocaina da gente di tutti i tipi…
devo dire che suona come una grande fesseria dopo che hai visto questo filmato http://movies2.arcoiris.tv/movies/archivio_esterno/paolo_borsellino_big.wmv da 00:59:53 in poi
Da: papalagi su 23.06.2009
alle 12:48:05
p.s. se non l’ hai visto ti consiglio il film “Primo Amore” di Matteo Garrone
Da: papalagi su 24.06.2009
alle 01:34:47
Ciao Papalagi, ho qualche difficoltà a vedere il video vista la dimensione ma prima o poi lo scarico. Il film di Garrone lo vidi appena uscì al cinema. Senza sapere di cosa trattasse ne fui attratto per l’ambientazione veneta (Vicenza) e per la trevigiana coprotagonista Michela Cescon. E’ uno dei tanti film che ho visto alla cieca (senza saperne nulla) fidandomi della selezione di film d’autore operata da un cinema di Treviso (Edera) che raramente fallisce nelle proposte al pubblico…anche in questo caso la fiducia venne premiata.
Grazie per la segnalazione, se te ne vengono in mente altre NON esitare: sono sempre ben gradite (io cercherò di contraccambiare ma ultimamente sono un po’ preso da altro).
Da: bazu su 24.06.2009
alle 09:06:07