Accade ai grandi scrittori di essere in anticipo sui tempi. “Viaggio alla fine del millennio” di Abraham B. Yehoshua è stato pubblicato da Einaudi nel 1998. Credo di averlo comprato subito, o poco, dopo. Allora non mi piacque moltissimo. Avevo appena letto “Il signor Mani” restandone folgorata. Rispetto a quel romanzo, mi sembrava tradizionale e lento. Anche farraginoso.
Poi capita, a volte, che un libro occhieggi dallo scaffale. Lo prendi per rileggerlo, perché la seconda volta di una lettura, talora, non è come la prima. Sei in una diversa disposizione d’animo. Lo leggi sul lettino al mare, in un momento di relax, quando la disposizione verso la lentezza è migliore. E il vecchio libro ti pare una rivelazione.
Due soci in affari, uno ebreo del nord Africa Ben-Atar, ismaelita, viaggiano per mare verso Parigi nell’estate del 999: alla scadenza fatidica del “Mille non più mille”. Vanno per incontrare il nipote di Ben-Atar, Abulafia, il terzo socio della compagnia commerciale, da poco sposato con una donna ebrea del nord, che ha espresso disapprovazione per la bigamia di Ben-Atar, mettendo a repentaglio così le relazioni affettive ed economiche di zio e nipote (e socio).
Quello che avviene a Parigi, e poi a Worms, è un incontro all’insegna della complessità e del contraddittorio: meridione e settentrione, colori vivaci e toni neri, calore e freddezza, plasticità del pensiero levantino e rigore geometrico del ragionamento, adesione convinta alle ragioni del corpo, con larghezza di vedute, e secco puritanesimo, elemento femminile e maschile si fronteggiano quasi simmetricamente, quasi fossero regolati da precise alchimie, od algoritmi. Ma la parte più affascinante è data dal confronto/scontro di culture diverse (sefardita ed askenazita, meridionale e settentrionale, ebraica e musulmana, ciascuna convinta delle proprie ragioni se non della propria superiorità), mentre quella cristiana, che dovrebbe esaltarsi per la scadenza del millennio, impallidisce sullo sfondo. Il libro sembra pertanto anticipare certe discussioni contemporanee sulla multiculturalità, mentre la scrittura di Yehoshua ci restituisce l’unità indivisibile del Mediterraneo, baricentro dei tre monoteismi, nella sua pienezza di colori, profumi speziati, sensualità, finezza e sensibilità psicologica.





