Quando si cresce si tende a catalogare i problemi dei “ragazzini” come piccoli ed insignificanti dimenticandoci quanto quelli stessi piccoli problemi condizionarono la nostra giovane vita da teenagers. Poi può accadere che un brillante e, in Italia, semi sconosciuto autore di nome David Mitchell decida di costruire, camuffato da libro, uno strano marchingegno in grado di rapirci dalla realtà e iniettarci nella testa di un tredicenne inglese. Non ci si mette molto a renderci conto della magia di cui sono dotate le pagine lette. Una volta iniziato ci si ritrova immersi in una realtà diversa, una realtà di cui non abbiamo il controllo perché siamo dei “parassiti” che, dentro il corpo del giovane Jason, attraverso i suoi occhi, la sua mente e il suo cuore, vivono un intero denso anno della sua vita.
Una pista di vapore sfregiò il cielo.
Ma il cielo si curò da solo. Senza fare tante storie.
Un 1982 (anno in cui è ambientato il narrato) delicato, quello del giovane protagonista, perché ogni giorno deve sopravvivere tra la prepotenza dei suoi compagni di scuola, gli “sgambetti” fatti dall’Impiccato (così Jason chiama l’immaginario compagno di vita responsabile della sua lieve balbuzie), genitori la cui unione vacilla, la sua passione per la poesia che lo porta all’anonimato per non rischiare di essere deriso, le prime pulsioni amorose e svariate altr piccole-grandi emozioni che la vita a quell’età regala.
Ogni capitolo un’avventura diversa, uno spaccato di vita attraverso il quale Jason impara a vivere, a conoscere il mondo e relazionarsi con il prossimo.
[Jason dopo aver visto il padre aver avuto ragione sula madre grazie a fatti accaduti in seguito]
Io, invece, vorrei prendere a calci in quei cazzo di denti questo cazzo di mondo idiota finché non gli entra in quella cazzo di testa che non ferire le persone è diecimila volte più importante che avere ragione.
Non c’è molto altro da dire sulla trama, questo libro viene particolarmente apprezzato dal lettore in grado di cogliere lo straordinario stile narrativo di Mitchell. L’autore ci fornisce una visione in prima persona, colpisce il realismo con cui vengono riportati fatti, sensazioni ed emozioni. Percepiamo tutta la “semplicità” e naturale magia intrinseca di una delicata fase della crescita che chiunque ha vissuto ma che, nella visione complessiva di una vita, risulta troppo breve per fissarne nella memoria gli attimi decisivi. L’autore ci regala un flashback emotivo e stupisce perché il libro è stato scritto da un Mitchell trentasettenne. L’opera è certamente autobiografica e magari sarà stata ispirata da un vecchio diario , ma è sbalorditivo come vengono riportati, con eccezionale precisione, non solo i fatti ma anche e soprattutto le sensazioni e i pensieri del protagonista (io dei miei tredici anni conservo solo qualche fotogramma “ingiallito”).
La maestria di Mitchell, che si manifesta nella narrazione di una vicenda lineare priva di “effetti speciali”, ci insegna che, in letteratura, un bravo autore non ha bisogno di servirsi di delitti, spie, attentati, prostituzione, droga e violenza gratuita per coinvolgere un lettore .
Interessanti le divagazioni sulla bellezza e sull’arte presenti nel capitolo “Solarium”, frutto dei colloqui con Madame Crommelynck (Eva), azzeccato il concetto in base al quale se un artista dedica tutta la sua sensibilità ad un arte, e per questo eccelle in quell’arte, non gliene avanza per le persone a lui vicine. In base a quanto detto nel libro le vite private di grandi artisti quasi mai sono equilibrate e felici.
[Eva nel spiegare a Jason che il ruolo dell'artista non è FARE bellezza ma esaltare la naturale bellezza presente nella natura. La bellezza non ha bisogno di orpelli una cosa è bella e basta, un artista è bravo se è in grado di farci vedere quella bellezza ed è tanto più bravo quanto meglio e più sobriamente riesce a mostrarcela ]
«Secondo te una poesia deve essere bella, altrimenti non è una poesia. Ho ragione?»
[Jason]
«sì»
[Eva]
«Sì. Gli idioti si affannano in questo fraintendimento. La bellezza non è eccellenza. La bellezza è sconvolgimento, la bellezza è cosmesi, la bellezza è, in ultima analisi, fatica»[...]«Se hai una magnolia in giardino, vai a colorarne i fiori?, La riempi di quelle lucine intermittenti di Natale? Ci attacchi i pappagalli di plastica? No, non lo fai»
Molto bello e azzeccato l’ultimo capitolo dal quale si percepisce la crescita che Jason ha subito nell’anno di vita attraverso cui noi, da lettori, lo abbiamo accompagnato. Simbolicamente il ragazzo ci riassume, ritornando per un addio sui luoghi e sulle persone incontrate negli ultimi dodici mesi, tutti fatti e le emozioni vissuti attraverso il libro. L’ultimo capitolo, per questo motivo, da la sensazione di “profondità” temporale ed emotiva della storia, “impacchetta” l’accaduto, lo consegna a noi e al protagonista facendoci finire le pagine con un pizzico di malinconia.
Nell’evoluzione del rapporto con la sorella e osservando un bullo passare, nel finale, da carnefice a vittima, l’autore ha voluto simboleggiare la crescita fisica e mentale che nella pubertà tocca velocità ineguagliabili da qualsiasi altra fase della nostra vita.
[Jason con suo cugino Hugo si imbosca dopo che quest'ultimo ha rubato un pacchetto di sigarette dal negozio di paese. Hugo ne offre una al compagno di ventura, per il giovane protagonista sarebbe la prima volta e declina l'offerta con un “Grazie, non oggi” ]
[Hugo]«Questo tuo atteggiamento del ‘non oggi’ è un cancro. Un cancro del carattere. Ti blocca la crescita. Gli altri ragazzi avvertono il tuo non-oggismo e ti disprezzano per questo. Il ‘non oggi’ è il motivo per cui quei plebei al Black Swan [un bar ndr] ti rendono nervoso. Il ‘non oggi’, ci scommetto, è all’origine di quel tuo difetto linguistico.»
[...]
«Il ‘non oggi’ ti condanna a essere il cagnolino dell’autorità, di qualsiasi bullo e di qualsiasi stronzo che vuole fare il duro. Avvertono che non terrai loro testa. Né oggi, né mai. Il ‘non oggi’ è il cieco schiavo di qualsiasi futile regola. Perfino di quella che dice», Hugo fece con voce belante: «’No, fumare FA MALE! Non ascoltare quel cattivone di Hugo Lamb [colui che parla ndr]!’ Jason, devi uccidere il ‘non oggi’.»
[Jason] Era così tremendamente vero che potei solamente tentare di sorridere
Grazie a questo romanzo impariamo o per lo meno ci ricordiamo che la dimensione di un problema non è assoluta ma dipende dal punto di vista dell’osservatore. Non essere “inseriti” a scuola, fare parte degli “sfigati” anziché dei “tosti ” (“fighi”, “fioi”), non è avere una malattia incurabile tuttavia può essere un serio problema capace di influire negativamente e seriamente sulla crescita di un giovane. E’ l’avanzare della nostra età a donarci la capacità di valutare la complessità di una situazione guardando sempre meno alla sua spaventosa e gigantesca “ombra” e sempre di più all’entità che la genera.
[Madame Crommelynck:]«Dimmi chi sono i tuoi insegnati [letterari ndr]»
[…]
[Jason:]«Oh.» Mentalmente passai in rassegna la mia libreria in cerca di nomi di grande effetto. «Isaac Asimov. Ursula Le Guin. John Wyndham.»
[Madame C.] «Isa Casimo? Ursula Ghen? Gundam?Devono essere poeti moderni»
[J.]«No. Fantascienza, fantasy. Anche Stephen King. Lui è horror.»
[Madame C.] «’Fantasy’? Pfff! Ascolta le omelie di Ronald Regan! ‘Horror’? E cosa mi dici del vietnam, dell’Afghanistan, del Sudafrica? Isi Amin, Mao Tse-tung, Pol Pot? Non sono abbastanza horror?Voglio dire chi sono i tuoi maestri? Cechov?»
[…]
Quetsa conversazione mi ha riportato alla mente un’introduzione avvenuta ad una conferenza per la presentazione di un libro di Mariàs la cui trascrizione è stata riportata come appendice al libro stesso nell’edizione italiana. In questa introduzione un noto scrittore (o giornalista, non ricordo) sud americano sostiene che lui di norma non legge romanzi perché trova che le cose da narrare del mondo reale sono talmente tante e di vario genere che leggere (e lo scrivere) la fiction letteraria (il non reale) la trova una perdita di tempo (ovviamente fa eccezione il libro che sta introducendo). Mi colpirono quelle parole e in parte mi ci riconosco perché la mia visione, pur non essendo così radicale (io amo la fiction letteraria) mi tiene alla larga da Vampiri, Zombie, Astronavi, Nani-efli-orchi-e-maghi. E’ così meravigliosamente variopinto il mondo reale che sulle sfumature della vita si può narrare per millenni senza mai ripetersi senza bisogno di raccontare l’irreale. Trovo bello cullare il sogno di vivere realmente parte delle sensazioni lette.
Le persone sono nidiate nei bisogni. Bisogni idioti, bisogni acuti , bisogni di cose a cui ti puoi e a cui non ti puoi aggrappare. Le pubblicità lo sanno. I negozi lo sanno. Soprattutto nei centri commerciali, i negozi sono assordanti. ‘Ce l’ho io quello che vuoi! Ce l’ho io quello che vuoi! Ce l’ho io quello che vuoi!’. Ma camminando per Regent’s Arcade, notai un nuovo bisogno che di solito è talmente vicino che non sai di averlo. Tu e la tua mamma avete bisogno di piacervi. Non di volervi bene, ma di piacervi.
Mi associo all’opinione comune che hanno i lettori di questo libro dicendo che:
- non riesco proprio a capire da dove i traduttori italiani/casa editrice abbiano potuto “inventarsi” un titolo del genere (il titolo originale è il nome del paese in cui Jason vive)
- E’ un peccato che l’autore sia così poco conosciuto qui da noi
David Mitchell ha vinto il Betty Trask Award con “Nove Gradi di Libertà” ed è stato finalista al Booker Prize con “Sogno numero 9”.
«[...]la mia saggia amica Susan [Sontag] ha scritto: ‘E’ proprio isolando un determintao momento e congelandolo…» Madame Crommelynck esaminò la ragazza che era stata un tempo e picchiettò la sigaretta per far cadere la cenere. «… che tutte le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo.»





