
Se davvero esistesse l’organizzazione Virtual-Jerusalem, che si fa carico di infilare nelle fessure del Muro del tempio delle preghiere inviate via e-mail, di certo il volontario di turno sarebbe abbastanza sorpreso a leggere questa missiva: «Caro Dio, per favore non uccidere mio figlio durante il parto: E neanche mia moglie. Forse sei incazzato con me, ma io pure sono incazzato con te, quindi vediamocela tra di noi. Grazie.» L’autore della lettera, per altro ha le sue ragioni. E’ stato educato in una scuola ultraortodossa dello stato di New York, con un rabbino che organizza gare di benedizioni (esistono benedizioni diverse a seconda della tipologia del cibo kosher, classificabile in sei categorie: ma la gara è più intrigante perché le ricette mescolano cibi diversi, e alcuni sono considerati prevaricanti rispetto ad altri). Ma soprattutto sparge sensi di colpa a profusione, tenendo sospese sulle teste dei giovani ebrei la spada di Damocle della vendetta divina. Dio è quello del Vecchio Testamento, iracondo e vendicativo. “Era importante che tenessimo quell’uomo di buon umore. Quando obbedivamo ai suoi comandamenti, gli eravamo simpatici. Gli eravamo così simpatici che uccideva chiunque non ci amasse. Ma quando non obbedivamo ai suoi comandamenti, non gli eravamo simpatici. Ci odiava talmente tanto che ci uccideva. A volte invece lasciava “che altri ci uccidessero”.
E’ un dio totalitario, che non ammette deroghe, né pietà. “La Torah ci dice – disse il rabbino Blowfeld – che Dio passò sopra le case degli ebrei, la notte in cui mandò agli egiziani la decima e ultima piaga” Perché (…)? chiese il rabbino Blowfeld. Perché gli ebrei – rispose il rabbino Blowfeld – abitavano in un quartiere egiziano. Si stavano integrando.” E’ un dio che incombe oppressivamente dall’alto, come fa, ai danni del figlio avvocato, la grande mom ebraica che Woody Allen fa comparire in cielo nell’episodio “Edipo relitto” della triologia “New York Stories” (1989). E’ ovvio che gli esiti di una educazione così oppressiva, integrata dalle pressioni della famiglia (che alle pubbliche virtù ebraiche affianca vizi da goym), non possono che essere due: la piena integrazione o la ribellione.
Shalom, protagonista della storia, sceglie la ribellione: inizia con il cibo proibito, un succulento hamburger non kosher, attraversa la via delle canne e del sesso fai da te, vissuto ossessivamente ma colpevolmente (“Ci sono grosso modo cinquanta milioni di spermatozoi in ogni eiaculazione. Fa più o meno nove Olocausti a ogni sega”), senza arrivare però a un drastico ateismo, a dispetto delle sue intenzioni: il terrore di uno sgambetto a tradimento del suo dio lo ossessiona costantemente:“E Dio disse a Mosè: “ecco il paese che io ti ho promesso, ma tu non vi entrerai. Tiè” I sensi di colpa si acuiscono nel momento in cui Shalom è riuscito, dopo aver trovato una compagna, a concepire una nuova vita. “Bene (dissi a Craig la mattina dopo) me l’ha fatta di nuovo. Chi? Chi? Dio, ecco Chi! (…) Prepuzio, dissi Ehi, disse Craig. Congratulazioni! (…) Prepuzio, dissi a Dio, Bel colpo.”
Un figlio maschio, infatti, lo pone di fronte ad un groviglio di problemi: circoncisione sì o no? Barbarie o igiene? Rispetto di un’identità per appartenenza o ridicola superstizione? Lasciamo doverosamente in sospeso la conclusione del libro. Da questo dilemma sul destino del prepuzio del nascituro ne nasce il titolo, che allude però anche al famoso romanzo di Philip Roth, “Il lamento di Portnoy”: la storia di Alex il quale, nel lettino dello psicanalista, ripercorre la sua vita per capire perché è travolto dai desideri che ripugnano alla “mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri”, e nel farlo denuncia l’oppressivo clima delle comunità ebraiche, e dell’educazione familiare. Il personaggio Shalom chiama in causa direttamente il noto autore di Pastorale americana (1997) e di Ho sposato un comunista (1998), a proposito delle sue “depravazioni” : “qui non si tratta di una “ossessione sessuale come riflesso della paura della morte alla Philip Roth”: lo dichiara ma non lo pensa. Il pensiero della morte è onnipresente, ma proprio perché la vita è tragica non si può che affrontarla comicamente.
Il libro di Auslander è irriverente e divertente. Non risparmia nessun tabù, a partire dall’Olocausto fino alla questione medio-orientale: “Mi fu detto che gli israeliani vendevano erba e gli arabi hashish. Io non vedevo quali speranze potessero mai esserci per il Medio Oriente, se questi non riuscivano nemmeno a mettersi d’accordo su come sballarsi”.
Ma fa riflettere non solo sul carattere ridicolo di ogni integralismo, ma anche sulle assurde contrapposizioni che si delineano tra le varie religioni, ugualmente incapaci di rispondere alla eterna, irrisolvibile questione, dell’esistenza del Male sulla terra, che si riproduce incessantemente, in forme sempre diverse, mentre dio, o gli dei, si distraggono o forse ridono.






Molto prima di arrivare alle righe in cui sottolinei esplicitamente il riferimento a Roth, nel leggere la recensione mi venivano in mente le mirabolanti e indimenticabili paranoie mentali di Alex.
Da: bazu su 06.07.2009
alle 08:54:57