Inserito da: bazu | 03.08.2009

Stabat Mater

stabat-mater«Co’ ‘sta piova e co’ ‘sto vento chi è che bussa al mio convento?»

«Sono una povera verginella che si vuole confessare!»

Siamo nel 1700 nella Serenissima repubblica di Venezia solo che a bussare non è la povera verginella ma fu sua mamma che la abbandonò presso il Pio Ospedale della Pietà subito dopo la nascita. La povera verginella sedicenne, di nome fa Cecilia e non sente l’esigenza di confessarsi se non con se stessa o meglio con due entità immaginarie prodotte dalla sua mente: sua madre mai vista alla quale rivolge delle lettere scritte in fogli riciclati e la sua “morte” che lei immagina essere una figura con con sembianze umane ma dai capelli di serpente e alla quale si rivolge a voce scambiando con essa delle brevi ma frequenti discussioni

Ma questa ragazza che fa oltre a vorticare pericolosamente nei gorghi della sua mente? Suona perché le donne all’Ospedale vengono educate alla musica. A lei suonare il violino riesce bene, sente che la musica dell’anziano maestro don Giulio è stanca e vecchia, sente che suonare così non è suonare ma ripetere meccanicamente e asetticamente dei movimenti, è fare ginnastica motoria. Intuisce che per quelle come lei il violino è una chiave per vivere il mondo che sta al di fuori, un mondo che per un orfana ospite “alla Pietà” è, e probabilmente sempre sarà, inaccessibile. In lei sente la capacità di associare le onde sonore degli strumenti a entità esterne a lei poco famigliari: le coppie, gli uccelli, il mare, il vento, la campagna. Sa però che questa capacità è soffocata perché comprende l’impossibilità, per come stanno le cose, di poter liberare tutto il potenziale di quegli archi.

Ma (come in molte storie) le cose sono destinate a cambiare, arriva il nuovo maestro, un tal Antonio Vivaldi. Ed ecco che Cecilia esplode, vola grazie alle nuove composizioni del maestro, si libra sulla gente che viene a sentire le giovani musiciste in chiesa, respira l’odore della primavera, ascolta le “voci” delle rondini abbondanti nei caldi cieli estivi, vive la felicità e la gioia delle feste contadine.

Del Vivaldi diventa l’allieva prediletta e in lui trova un amico “reale” (forse l’unico) con cui condividere emozioni e qualche confidenza.

Spesso la presa di coscienza che nulla è per sempre, associata a quello che si sta vivendo, annaffia le radici della gelosia e dell’egoismo. Ed ecco che qualcosa si può rompere, che qualcuno può svegliarsi da un sogno e allo stesso tempo capire che la vita merita qualcosa di più di un assaggio subliminale, e che per questo è necessario rendersi protagonisti di gesta che mai si avrebbe compiuto in assenza di eventi perturbativi. E così Cecilia…

Tutto questo è “Stabat Mater” il recente premio Strega di Tiziano Scarpa. Non è un romanzo immediato e all’inizio la sua lettura può risultare difficoltosa. E’ lento ma la lentezza si rivela necessaria (come per esempio con “La Strada” di McCarty) per far entrare il lettore all’interno della giovane protagonista, fargli sentire le sue angosce, i suoi turbamenti nonché di immergersi nei bui silenzi della sua solitudine. Il libro non si compone di capitoli ma si costituisce di paragrafi mediamente brevi paragrafi che si susseguono mescolando prosa con poesia e inoltrandosi spesso nella filosofia.

Non esiste intreccio narrativo esiste solo un un’unica sequenza temporale vissuta da Cecilia comunicata al lettore attraverso le lettere scritte alla madre. I dialoghi con “la morte” rappresentano i turbamenti che la giovane adolescente vive nel rendersi conto che la vita non è eterna, presa di coscienza che difficilmente avviene da bambini e che tra le altre cose concorre a segnare l’inizio dell’età adulta. La parte epistolare oltre a narrarci indirettamente i fatti, racchiude, invece, l’amore-odio che Cecilia nutre nei confronti di colei che l’ha messa al mondo ma che poi l’ha abbandonata.

La coprotagonista del romanzo è la musica classica di Vivaldi, non a caso lo stesso autore nella nota conclusiva del libro, dichiara di aver voluto, con questa suo scritto, celebrare la grandezza del compositore veneziano. Penso che Scarpa sia riuscito in questo suo intento perché pur non intossicando il lettore con un prodotto troppo “musicale”, riesce a far ascoltare le note degli strumenti facendo capire il sentimento e il potere che queste trasportano.

E’ un libro che nel suo complesso risulta mediamente cupo. Se piace lo stile lento, riflessivo è un’opera che riesce, con i suoi tempi, a catturare il lettore ma che tuttavia pecca, a mio avviso, in verosimiglianza. Trovo poco probabile che nel 1700 una ragazza orfana, che conduce tutti i suoi sedici anni di vita senza avere contatti esterni al convento e che all’interno dello stesso si dedichi alla musica, possa riuscire a sviluppare pensieri così articolati, poetici e profondi come quelli che si leggono nel libro.

Sembra che Scarpa (ma accade non di rado tra autori moderni) abbia tentato di dare spessore al romanzo lasciando spunti interessanti e profondi ma il risultato da me percepito è un po’ come: “avrei voluto fare della filosofia ma non ne avevo le forze” oppure “avrei voluto fare della filosofia ma se l’avessi fatta non avrei venduto”. Strategia che condivido ma nel momento in cui certe elucubrazioni vengono messe sulla testa di un protagonista che difficilmente avrebbe potuto produrle, “la barca” affonda e va a fare compagnia ai tanti neonati indesiderati che il libro narra essere stati adagiati nei fondali dei “serenissimi” canali veneziani.

 

24.08.2009 integrazione: grazie alla tanto invisibile quanto preziosa vava’ che veglia non solo su questo blog ma pure sulle innumerevoli idee strampalate che mi passano per la testa e che condivido con lei prima che divengano (o tentino di divenire) realtà, segnalo questo intervento: Lavinia fuggita che ci parla di un racconto scritto da Anna Banti. Non ho letto il racconto ma ho letto l’intervento che ho linkato, la somiglianza sembra veramente impressionante…che si possa parlare di plagio?
Qui ne parla Repubblica.
Qui il testo integrale del racconto di Anna Banti.


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