Inserito da: Francesca Meneghetti | 18.08.2009

Grossman, “A un cerbiatto somiglia il mio amore”

cerbiattoDavid Grossman, nella postfazione, sostiene che il 12 agosto 2006, quando suo figlio Uri, ventenne, cadde nella seconda guerra del Libano, questo libro, iniziato tre anni prima, era in gran parte già scritto: a cambiare sarebbe stata solo “la cassa di risonanza” di quell’evento. Nota opportuna, anche se il lettore informato del grave lutto che ha colpito l’autore, dopo aver letto la quarta, si immagina un racconto autobiografico dall’esito scontato, e resta comunque intimorito: sia per il taglio tragico, sia per la lunghezza del tomo, degna dei grandi romanzi russi dell’ottocento.

Invece il romanzo, impegnativo nella lettura (il lettore fast reading è avvertito), rivela molte sorprese tematiche e stilistiche, oltre ad avere una conclusione aperta, che ha evitato lo strazio di narrare, e di leggere, un dolore come quello per la perdita di un figlio.

La fuga da casa di Orah, madre di Ofer (in ebraico il nome suona come “cerbiatto”: da qui il titolo che riprende una bella similitudine del Cantico dei cantici), rappresenta uno spunto originale: Orah, infatti, crede che un lungo trekking a partire dalla Galilea, rendendola irreperibile, potrà evitare, magicamente, la morte del figlio al fronte, visto che ha azzerato le condizioni per la rituale comunicazione ufficiale del decesso di un soldato. Naturalmente sa razionalmente che questo non potrà salvarlo davvero, ed intuisce di proteggere piuttosto se stessa dal dolore, però non riesce a controllare questo impulso alla fuga.

In questo vagabondare con zaino e tenda, Orah non è sola: la accompagna Avram, un amico di infanzia, conosciuto in isolamento nel corso di una grave malattia, mentre il marito Ilan, a sua volta conosciuto nello stesso ospedale in analoghe circostanze, si trova in giro per il mondo. Così questo viaggio dal nord al sud di Israele, diventa un viaggio anche nel tempo che apre scorci inediti (anche sulla relazione tra i tre amici, che ricorda a tratti il film “Jules e Jim” di F. Truffaut). Gli sviluppi sono a volte sorprendenti per intensità o imprevedibilità, così che lo scrittore riesce a riallacciare i legami con il lettore, a volte scoraggiato in certi passaggi monotoni (e un po’ prolissi) e quasi indotto a “mollare”, cos’ come avviene nel corso di certe escursioni in montagna, dove l’apertura di un nuovo scenario rianima il camminatore stanco.

La ricomposizione del passato è al tempo stesso la storia di una famiglia, e di singoli individui come Avram che hanno evitato di costruirne una, perché trattasi di “alta matematica. Ci sono troppe incognite, troppe parentesi, troppe moltiplicazioni ed elevamenti a potenza. E poi …la necessità di mantenere costantemente un rapporto con ciascuno degli altri membri della famiglia …persino in sogno”. Non è una ricostruzione lineare. Essa risulta dal mosaico di intarsi retrospettivi sparsi, dal sovrapporsi di diversi punti di vista narranti: quello dei protagonisti, e quello di un narratore che non rinuncia all’onniscienza della vecchia tradizione, ma la ridimensiona, e la rinnova, mettendola in relazione con altre prospettive.

Mentre si ricompone il puzzle, non si può non essere colpiti ancora una volta dalla profondità con cui gli scrittori israeliani perlustrano, raccontano, ma, soprattutto, vivono i sentimenti. L’amore in particolare – inteso nelle diverse accezioni di amore tra uomo e donna, amore coniugale, genitoriale, fraterno, amicale – è il vero protagonista di questo libro. Sorge il sospetto che la tragica vicenda che Israele ha intessuto con le proprie mani, coinvolgendo anche, loro malgrado, i cittadini dissidenti, tenendo tutti sotto scacco, abbia creato un tale clima di insicurezza e di vertigine del vuoto da rendere le persone molto più consapevoli dell’importanza dei loro affetti privati, che in altre realtà sono invece presi con maggior superficialità o distrazione. Così come della labilità del confine tra vita e morte, come suggerisce la frase conclusiva del libro.


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