“Molto forte, incredibilmente vicino”: camminare nel dolore con “scarpe molto pesanti”

Pubblicato: 15.10.2010 da bazu in Analisi, Libri e dintorni
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Ricordo nettamente la sensazione che da bambino provai nel apprendere i fatti e i “dettagli di contorno“ legati all’impresa compiuta dall’ Enola Gay nell’agosto del 1945, ricordo con nitidezza il fastidio che provai nell’apprendere tutta la sofferenza, il numero di morti e la crudeltà generati da quella singola bomba. Mi parve una perversa dimostrazione di potenza, un’inutile devastante esperimento su migliaiadimigliaia di cavie umane. Ricordo che mi chiesi “ma perché ai Giapponesi e non sui tedeschi nazzisti di merda?”.

Ero piccolo,sboccato, ignorante, immaturo ed irresponsabile.

Passano gli anni e apprendo dei fatti di Dresda, capisco che anche i tedeschi hanno pagato, pure qui con una grave e perversa dimostrazione di potenza. Centinaiadimigliaia di morti innocenti. Ricordo che mi dissi “Ah però! Ma questi stronzi di americani ci godono a far stragi fuori casa loro!”.

Ero meno piccolo, sboccato, ignorante, meno immaturo e discretamente responsabile.

 

E’ il 2001 sono in camera mia a fare qualcosa, probabilmente preparo la tesi. Mio padre mi chiama dal fondo delle scale “…vien vedar, do aerei i xe finii contro e torri xemee”. Scendo, incollo gli occhi alla televisione, le sensazioni sono oggi ancora nitide, all’inizio stupore e smarrimento. Assisto in diretta a tutto il dramma, si fa largo l’ipotesi terroristica, le torri crollano. Sono basito ma dentro di me emerge un qualcosa di cui mi stupisco, mi scopro a godere di quel che vedo, mi scopro a pensare “adesso sanno cosa vuol dire avere la guerra in casa!” e tutti quelli che nei giorni a seguire mi rinfacciano le migliaia di morti, rispondo che in un atto di guerra mille/duemila/tremila morti non sono nulla specie se paragonati a tutti quelli fatti da “loro” in “trasferta”.

Ero giovane, radicale, parzialmente immaturo, cinico, ignorante, responsabile -non proprio sotto tutti gli aspetti – , incosciente.

L’acqua continua a scorrere sotto i ponti, discuto, mi documento, leggo, termino “Molto forte, incredibilmente vicino”, oggi so che sbagliavo, che non si può guardare alla guerra senza una lente di ingrandimento. Quelli che lo fanno sono quelli che armano i B29. Quelli che giocano a Risiko con il mondo reale mossi da vendetta o interessi economici. Ingrandendo, scendendo in dettaglio, le guerre appaiono quello che sono: milionidimilioni di casi umani, milionidimilioni di tragedie, milionidimilioni di amori interrotti, milionidimilionidimilioni di cicatrici nell’anima, milionidimilionidimilionidimilionidimilionidimilioni di lacrime versate. Un buco nero per il futuro e i sogni della gente.

Oggi sono adulto, probabilmente retorico, sboccato se serve, ignorante, responsabile, parzialmente immaturo – quel che rimane mi sa che me lo tengo – , molto meno cinico.

Inizialmente l’opera di Foer mi è sembrata un semplice romanzo fortemente sentimentale, di quelli nati per toccare decisi, senza discrezione, in profondità. C’è molto in tal senso, elaborazione del lutto, lutto verso un padre, lutto verso un figlio, lutto verso un figlio mai nato, ingenuità e tenerezza infantile, sofferenza legata ad amori impossibili, amore materno, amore strappato, amore di scorta, amore non vissuto, persone ferite al cuore dagli eventi. L’impressione fino a metà libro è che di questo tutto, forse ci sia anche troppo. Poi il disegno emerge, l’11 settembre, Dresda, Oskar che ci parla di Hiroshima, Mr. Black pieno di rimpianti per una vita spesa a seguire guerre anziché stare accanto alla donna che ama.

E allora ecco che capisco di avere sotto gli occhi un vero proprio J’accuse contro la guerra convenzionale o terroristica che sia.

Foer non ci narra il dramma della guerra dandoci una lente ma dandoci un microscopio, facendoci entrare nei corpi di chi con la guerra si è ustionato gravemente.

E’ abile Foer, si presenta spudoratamente come un paraculo, tocca le Torri gemelle a distanza ravvicinata dagli accadimenti, ci offre un bambino che perde un padre proprio in quell’evento, padre che per una coincidenza quel giorno è alle Torri Gemelle, padre che è figlio di genitori tedeschi con una storia eufemisticamente straziante. Ma mi rendo conto che il carico, probabilmente eccessivo, di sentimentalismo e di casualità – per altro magistralmente diluito con le parti di Oskar in grado di strappare pure qualche sorriso – è stato voluto consapevolmente dall’autore per obbligare il suo lettore a scendere nei dettagli, che solo da incredibilmente vicino alle persone possiamo renderci conto di quanto molto forte è ciò che le anima e di come sia facile perdere tutto per opera di quello che le sovrasta, il cui controllo, quando c’è, è nelle mani di altri che decidono da molto, molto lontano.

Ora due stonature (ah, ho dimenticato “pedante” tra gli aggettivi autodescrittivi sopra riportati) abbastanza insignificanti (sarebbero risultate facilmente aggirabili), che gettano qualche ombra non tanto sull’opera o sull’autore quanto, piuttosto, sugli editors che hanno revisionato il manoscritto.

Il capitolo introduttivo di MrBlack. Alla fine viene presentato come sordo (rispondeva leggendo il labiale) dotato sì di apparecchio acustico ma ormai in disuso da anni; maccome, vive da 24 anni recluso in casa senza uscire e senza PC asserendo di procurarsi tutto quello di cui ha bisogno via telefono?!?!…mah! Poi, in generale, l’autore sembra dimenticarsi di muovere sulle pagine una persona di 103 (centotre) anni.

ATTENZIONE SPOILER SUL FINALE

La soluzione dell’enigma “della chiave”. Il vaso passa al padre di Oskar per mano del suo proprietario intenzionato a (s)venderlo. Quest’ultimo asserisce di aver notato la pignoleria con cui il potenziale acquirente gira e rigira sulle proprie mani il vaso. Preciso, pignolo, attento e interessato ma non si accorge che al suo interno c’è una chiave?!?! mha!

 

Bel libro la cui lettura può essere preceduta o seguita da “Mattatoio n.5”

 

Commenti
  1. giusymar scrive:

    Che dire per non cadere nel già detto…
    Ma poi poco importo se è già stato fatto.
    Da giovane certe oscenità come la guerra speravo sempre fossero “collegate” a una qualche ragione, motivo. Anche se sicuramente non convidibile.
    Ora purtroppo non c’è più il velo davanti e tutto è così chiaro.
    Soldi per gli armamenti. Poco importa dove farli scoppiare. Chiamiamole missioni di pace, oppure ricerca di un qualche terrorista macellaio.
    Sono atrocità che si perpetuano.
    Ho inserito questo libro nella wl.
    Grazie per il tuo bel post
    Giusy
    http://www.anobii.com/giusymar/books

  2. bazu scrive:

    Weee ciao Giusy, grazie per il commento, se vuoi ho l’ebook!

    … sì, sono atrocità che si perpetuano, la storia prova ad insegnarci qualcosa ma non si può insegnare a chi non vuole intendere!

    Ciao
    Il tuo Pusher

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