Archivio per luglio, 2008

Nel tempo

Pubblicato: 31.07.2008 da bazu in Racconti
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Una bambina, un sabato, mamma e papà vanno a prenderla al termine della scuola per andare a pranzare assieme in una rustica trattoria in riva ad un fiume. Passeggiano perché al posto ci si arriva solo a piedi; ci sono i cigni, le anatre, qualcuno ride, qualcuno cammina guardando per terra assorto nei suoi pensieri. E’ caldo, l’estate è alle porte e con essa le vacanze. La bambina si siede, con i suoi grandi occhioni castani, scruta, valuta, si interroga. Arrivano le tagliatelle, con il suo solito fare lei le gusta boccone dopo boccone, lentamente. Gli occhi sono avidi, passano dal cibo al viso di mamma, di papà e dei pochi altri avventori.

Le orecchie finora impegnate nelle voci parentali, sentono qualcosa di dolce e coinvolgente nel sottofondo, la mente amplifica quel suono, ora non esistono più voci se non quella di chi, in simbiosi con quella musica, racconta storie, canta di quello che un domani avrebbe poi scoperto essere l’amore, esprime pensieri. E’ una bambina diligente, finisce la pasta ma si alza senza dire nulla e segue il filo che la collega al musicante e alla sua voce, l’unica che lei, con il cuore, sente. Vede la sua fonte di gioia, prende una sedia e con l’impudenza tipica della sua età si siede a fissare incantata la bocca, le mani e gli occhi di colui che in quel momento è tutto. La musica viene dalla sua chitarra. Lui la vede, capisce di aver rapito un’anima innocente questo per lui è più della fama, più del denaro.

Mamma e papà sanno che ora lei, visibile e poco distante, è felice, al sicuro.

La piccola capisce che tutte le cose finiscono, quelle belle troppo presto. Lui mestamente si alza poggia la chitarra, le si avvicina, lei lo guarda negli occhi, è incantata; a pochi passi da lei ormai c’è lui, si ferma, si inginocchia ora gli sguardi sono intensamente coesi lui sereno, con voce ferma scandendo bene e lentamente le parole dice:

…<< Ricorda che con la musica, nella vita puoi fare tutto! >>…

Sono passati più vent’anni da quel giorno, la bambina ora è donna nel corso del cammino che l’ha portata fino ad oggi sono sempre rimaste in lei indelebili le parole di quel suonatore di cui non ha più saputo nulla. Grazie a quella manciata di sillabe lei ha saputo amare, soffrire, odiare, viaggiare, volare, perdonare, vincere, morire e rinascere.

Le parole possono arrivare lontano.

Lui è sicuramente vivo.

vi avverto

Pubblicato: 26.07.2008 da ilek in Segnalazioni

io sono anche qua

http://www.focus.it/community/cs/forums/

e presto appena avrò fatto confidenza PROPORRO’ UN GRUPPO!!!!!

me l’hanno cancellata sti bast…

Pubblicato: 26.07.2008 da ilek in Vita vera

Scrivere una favola che abbia come protagonisti i vostri answerini preferiti? Impresa impossibile ai più ma non per super-ilek

c’era una volta un ragazzo con una grossa crisi d’identità (e anche il naso era grosso, il resto non lo sappiamo e ciò ci duole non per noi, sia chiaro, ma per l’interesse dei lettori, naturalmente), lui non sapeva come si chiamava (omino, veltrusconi, titta…)ed era così indeciso che a forza di pensarci la sua testa fumava, oddio come fumava…
un giorno sconsolato partì sul suo destriero e arrivò, dopo lungo cavalcare,in una cittadina racchiusa da alte mura.
nel castello viveva una principessa (alta un metro e ottanta e con minimo una quinta), una principessa triste, però.
il nostro baldo giovane le fece ascoltare “il cielo in una stanza” cantando accompagnato dalla sua chitarra con una voce da usignolo fiorentino.
lei, finalmente sorridente, lo investì (prima tentò con l’auto, ma lui smise di suonare in tempo e non ce ne fu bisogno) della carica di cavaliere e lo chiamò ser Pappo De La Hoha Hola.
e lui felice cavalcò solo verso l’orizzonte

c’era una volta girasonia una ragazza che lavorava nei “campi” mentre il suo sogno era passare la giornata coi coreani. purtroppo però la sua era una famiglia povera che poteva far studiare solo i più promettenti dei figli e quindi gira non ebbe nessuna possibilità. un giorno gira conobbe il giovane (molto giovane, un po’ troppo per lei,,,,) franceschecco che si innamorò perdutamente e cercò di conquistarla. ben presto però si accorse che gira aveva in testa solo i girasoli e che, soprattutto, purrtroppo, i pali li dava e non li prendeva mai.!!!
lui voleva lasciarla, ma gira lo convinse ad aspettare dicembre.
gira era una ragazza forte e coraggiosa che trovò molte difficoltà nella sua vita, e moltissime prove…oltre il terribile uomo delle cucine, il tremendo arrotino e il mostruoso ralf malf, gira rischiò persino di fare un bagno-confetto tutto rosa, ma grazie all’intervento di san francesco (che lo sanno tutti parla con gli animali) il pericolo fu scongiurato

c’era una volta una bella ragazza coi ricci e gli occhioni grandi grandi azzurri (sembrava candy candy e faceva venire il diabete) che si chiamava ale. era leale e coraggiosa da grande avrebbe combattutto contro i cattivi e li avrebbe sbattuti in prigione (ah no speta errata corrige: da grande sarebbe stata una di quei cattivi che con la scusa di non farti pagare l’IVA, non fanno mai la ricevuta ed evadono…)
un giorno mentre passeggiava nel bosco con la merenda incappò in un gruppo di persone (quasi tutti brava gente….) e la nostra cara dolce euchessina decide di fermarsi e fare amicizia.
solo che ridi e scherza diventò troppo amica del cavaliere di una cattivissima bruttissima antipaticissima strega cattiva, che gelosa della sua bellezza e dell’amicizia tra due la trasformò in un coniglio e la confinò in un’isola.
e vissero tutti felici e contenti!

c’era una volta una brava ragazza che girava tutta sola per venezia, presa dall’euforia ad un certo punto si accorse di essersi persa e di venir inseguita da un maniaco in infradito che si chiamava bazu e che sotto l’impermeabile nascondeva un bazooka ed era pericolosissimo (la cosa del bazooka è una leggenda metropolitana tipo la sirena nel sile, nessuno sà se è vero, nessuno c’ha le prove). il maniaco in realtà una volta, era un bravo ragazzo, ma dopo aver preso una massiccia dose di wu ming era cambiato non era più lo stesso…passava le serate a spaventare i vicini di casa correndo nudo per la strada con una torcia in mano fotografando fantasmini e ascoltando la demoniaca musica dei betlemme (amen).

la ragazza gli parlò con calma e cercò poi di curarlo con una forte terapia d’urto: prima cosa una mostra sui barbari durata tre ore (con loro c’era un’ altra disperata che la nostra eroina crcò di curare, ma questa è un’altra storia triste che abbiamo già raccontato altrove…) e poi iscrivendolo a ben due gruppi di lettura cercando di disintossicarlo a forza di baricco e giordano.
diciamo che la cura è ancora in corso, abbiamo notato segni di miglioramento, ma la strada è lunga lui ogni tanto ci ricasca (nella pornoromantica), ma le crisi sono sempre più rade e questo ci fgà ben sperare…

c’era una volta la maestrina della penna rossa, dolce e tenerina con tanti capelli e gli occhiali fucsia alla porno segretaria (quindi forse così tenerina non era, ce lo voleva solo far credere…) il suo sogno era aiutare tutti i bambini del mondo, ma il mago di oz (parente per via materna di amos) decise prima di metterla alla prova e le disse: sicura di voler provare? ma ricorda se non riuscirai non potrai mai più leggere libri erotici!.
disperata la nostra maestrina decise di rischiare, e prima di partire per la lunga avventura baciò per l’ultima volta il delta di venere,,,(ma che avete capito ignoranti! il libro della nin… non che baciò l’altra cosa, vergognatevi). la
prova consisteva nel far parlare un bimbo chiuso e capriccioso, molti e molte avevano provato a farlo parlare, ma lui niente. allora la nostra fra (a volte fra le nuvole, a volte fra la nutella, a volte fra li cavoli suoi) indomita e coraggiosa provò e riprovò in tutti i modi. quasi allo stremo delle forze
fece un gesto poco elegante, ma molto eloquente. col dito medio alzato, fu sicuramente un errore non voluto, ferì pap…ehm scusate un colpo di tosse…ferì il bimbo sul nasone sporgente e lui urlò “e non mi hargano miha stì giochi da villano, e non si fà mariannahane…”. c’era riuscita il bimbo si era espresso! ora la maestrina dai porno occhiali poteva tornare a casa e di corsa, che doveva lasciare il pc a suo fratello.

c’era una volta una prof vecchietta (che credeva che io fossi una ragazza madre,,,,,e non lo sono) leggeva libri sulle spezie e si annoiava tutto il santo giorno. un giorno incontrò il suo principe azzurro, ma (siccome che sono un poco scecata…) non lo riconobbe. allora lui (il famoso principe ugo von sugo), innamoratosi a prima vista del suo sedere alla cucinotta, dovette prenderla per i lunghi capelli e trascinarla nel suo castello dorato. per vedere se era veramente brava come diceva le fece tradurre tantissimi libri e glieli fece leggere a voce alta, cosicchè alla prof venne una lingua lunga e biforcuta che doveva arrotolare con cura prima di riporre in bocca. Ormai non più in grado di fare alcunchè di buono, causa cateratta, il principe von sugo la mise incinta. e dopo nove meeeesi l’è nato un bel bambiiiino che somigliava tuuuutto allo spazzacamin. no invece il piccolo von sughetto era biondissimo e alto 70 cm alla nascita, lo chiamarono palmiro e vissero per sempre felici e contenti… a parte la sera quando lei chatta

c’era una volta una certa CHARLIZE che non aveva capito che questi non erano cavoli suoi, vabbè posso pure dirle le parolacce tanto lei mica legge…

Categorie letterarie

Pubblicato: 25.07.2008 da butterfra in Parliamone
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Conversando con il mio dolce amato principe azzurro, mi sono imbattuta in una questione assai ardua, che nemmeno lui, pur essendo principe azzurro, è riuscito a spiegare.

cosa si intende con il termine narrativa?
e con il termine romanzo invece?
pensiamo di aver capito che narrativa = romanzo+fantasy+giallo, abbiamo capito giusto e ci meritiamo il bacino del risveglio, o ci siamo beccati la mela avvelenata della strega cattiva?

e a questo punto sorge un nuovo quesito:
quali sono i confini di queste categorie?
che cos’e’ romanzo? e che cosa non lo è?
cosa cade nella più grande categoria narrativa e cosa no?

insomma….chi sappia qualsiasi cosa su questa diatriba è ben accetto…
rulli di tamburi per chi risolve!!!

Ma voi, quanto vi immedesimate?

Pubblicato: 23.07.2008 da lapproff in Discussioni

Lo so, ne abbiamo già parlato in altra sede (chissà quale…), ma non ho sentito tutte le campane; quindi, da bravi lettori che siete  (perchè lo so che siete bravi, anche quelli che dicono di non esserlo), quanto vi immedesimate in quello che leggete? Non trovate che questa parola sia un po’ abusata? A me sono girate un po’ le scatole su answers nel vedere tutte queste ragazzine che dicevano di immedesimarsi in Twilight (tanto per citarne uno); e non è solo una questione di libro, oppure è PROPRIO una questione di libro?

Io non mi immedesimo quasi mai. Mi rendo conto che guardo (leggo) il libro troppo dall’esterno, troppo con occhi critici per potermi immedesimare. Con questo non intendo dire che faccio la critica letteraria in gonnella tutte le volte che apro un tomo, ma che considero quello che leggo “altro da me”. Raramente mi sento o vorrei essere quel personaggio. Non so se dipende dal fatto che è difficile immedesimarsi in personaggi come quelli della solitudine dei numeri primi (l’anoressica sciancata e il matematico psicotico) o delle sorelle Bennett di Orgoglio e pregiudizio o di Frodo del Signore degli anelli, o se è questione di carattere (ormai sapete che sono ipercritica e diffidente per natura). Mah. Però direi che non mi capita mai. Credo almeno.

Soprattutto, vorrei insistere sul fatto che “immedesimarsi” non significa essere coinvolti (o meno) dal libro che si sta leggendo. Posso essere presissima e coinvoltissima e affascinatissima dalla storia che leggo senza sentirmi quel personaggio, senza condividerne punto di vista e aspettative. Lui è lui (o lei è lei) e io sono io. Forse non ho ancora capito chi sono io. Però ho capito che non sono un essere di carta.

E voi?

Ho subìto un rapimento! Sì, le prime 60/70 pagine di questo libro mi hanno strappato dalla realtà catapultandomi cuore, membra e mente a Madrid in un appartamento di Conde de la Cimera. Ho provato eccitazione, angoscia, panico, senso di impotenza, ho voluto proteggere, scoprire, scappare, e dimenticare. “Domani nella battaglia pensa a me” ha un’inizio tra i più belli che abbia mai letto si a in termini di stile che in termini di trama.

Lo stile, a mio avviso, eccellente dell’autore rimane invariato per tutta l’opera letteraria, la storia, nel suo incedere,lascia spazio a lunghe e sostanziose parentesi su concetti filosofici legati al nostro essere, al nostro apparire e alle facciate che con l’età adulta riusciamo a cambiare in base alle circostanze (parte relativa alla presentazione di Ruibérriz e all’incontro con il Solo). Maschere, del nostro “vero” (?) essere che tendiamo a gettare quando, nella vecchiaia, siamo consci di essere vicini al nostro definitivo commiato (incontro con il Solo).
Altri spunti filosofici si trovano nel finale (ma velatamente sotto tutto il romanzo) che amo riassumere con il seguente aforisma: “…le cose non sono realmente accadute se non si sanno o se non vengono raccontate da chi sa del loro accadimento”. Concetto in modo più ampio ed esaustivo espresso in opere di Nietzsche o più prosaicamente e limitatamente in film come “Centochiodi” di Olmi o “Into the wild” di Penn: la condivisione di un’emozione, una rivelazione, un’esperienza rappresenta la chiusura del cerchio delle stesse. Senza la condivisione nulla di ciò che abbiamo scoperto, pensato, provato ha senso.

A mio avviso è proprio la voglia di chiudere il cerchio che spinge Victòr ad avvicinarsi alla famiglia Tellez anche dopo aver saputo che il bambino stava bene e quindi a dare un senso di esistere al romanzo. In una situazione del genere forse io avrei solo cercato di dimenticare o mi sarei sfogato solamente con Ruibérriz.

La trama pecca dunque, secondo me, di continuità, forse l’autore paga l’essersi giocato il punto di “singolarità” (che tipicamente è uno in un romanzo e spesso nel finale) nelle prime pagine della sua opera e il lettore, rimane viziato da una partenza di tal forza tanto da rimanere forse deluso dal decrescere delle sensazioni. Sarebbe stato impossibile per Javier Marias aumentare la dose di adrenalina e difficilissimo mantenerla costante per le 300 pagine del libro senza (s)cadere nella fantascienza o, peggio, in un romanzo stile Tom Clancy.

Il finale mi risulta un po’ stiracchiato, la probabilità che succeda veramente una cosa del genere è troppo bassa per essere verosimile.

Ho trovato pressoché inutile (ma sicuramente è un mio limite) la parentesi sulla moglie Celia, l’unico collegamento (che ho rilevato) è che sia la notte con Marta sia la notte alla ricerca della verità sul presunto “lavoro” della ex moglie sono state notti insonni e altamente emotive del protagonista.

Nel complesso un bel libro che merita di essere letto per chi ama uno stile narrativo raffinato da gustare lentamente (come un vino d’annata), un susseguirsi di parole pesate e mai banali. Consigliato anche a chi, come me, a fronte di considerazioni più astratte che esulano dalla trama, ama sospendere la lettura e lasciarsi andare in riflessioni di carattere filosofico.

Parlo di un film che ricordo nonostante l’abbia visto nel lontano 2003, lo ricordo perché è un film “bello” un film che ti resta dentro.

 

Il lungometraggio parte in una tanto anonima quanto rappresnetativa cittadina nella periferia dell’ex Unione Sovietica, tutto è grigio e fatiscente, si gioca tra le rovine, si incrociano sguardi adulti mai sorridenti. Lilja ha 16 anni, gioca con l’amico Volodja più piccolo (11 anni), insieme trascorrono il tempo a zonzo sniffando saltuarimanete colla. Volodja è l’unica persona “positiva” (oltre Lilja) del film. La ragazza viene abbandonata dalla madre che, con un amante, le comunica la sua imminente partenza per l’America da cui avrà cura di mandarle soldi fino alla definitiva sistemazione e poi il biglietto di sola andata per poterli raggiungere. Quei soldi e quel biglietto non arriveranno mai.

 

Lilja ha fame e lo spettatore lo sente, frequenta un’amica che si prostituisce e solo per frequentarla viene ingiustamente accusata da tutti i suoi “amici” di essere una “puttana”. La strada però è segnata: sola, affamata e senza vie di fuga, inizia a prostituirsi in una vicina discoteca, qui conosce un bel ragazzo che la fa stare bene, in lui lei vede l’amore! E’ una trappola il giovane adesca ragazze disperate da “smistare” in Svezia per una organizzazione dedita allo sfruttamento della prostituzione.

 

Da qui in avanti non esiste pietà ne per lei ne per lo spettatore è una lunga ed inarrestabile discesa verso l’inferno. Scene psicologicamente violentissime, dure, pesanti, insostenibili, neppure piangere serve come sfogo per lo spettatore.

 

Lei, Lilja, piange molto, invece, e sogna, sogna il suo amico perduto, sogna un mondo migliore, sogna il “paradiso” di quella grigia e decadente periferia che si è lasciata alle spalle e che mai rivedrà.

 

 

E’ un film che mi è piaciuto molto anche se mi ha profondamente turbato. Mi è piaciuto perché denuncia lo stato reale della povertà e della disperazione generata dal crollo dell’impero comunista sovietico. Denuncia il vero mondo della prostituzione alla faccia di tutti i perbenisti che non la vogliono legalizzare. Il film regala emozioni a non finire, è carico di simbolismi, di significati non diretti, insegna e fa riflettere molto. E’ un’opera cinematografica che ha l’enorme e raro potere di lasciare veramente un segno dentro di noi (o per lo meno così è stato per me).

 

 

“Lilja forever” è il film psicologicamente più violento che abbia mai visto!

Se pensate che “Boys don’t cry”, “Dancer in the dark” e “Le onde del destino”, films tutti caldamente consigliati dal sottoscritto, siano duri sappiate che se questi ci prendono a schiaffi il film in oggetto ci prende a bastonate sullo stomaco senza pietà alcuna.

 

 

Parliamoci chiaro, questo lungometraggio, non lascia spazio a gioia, in esso non esiste possibilità né di riscatto, né di redenzione dal primo all’ultimo minuto ma questo è un dato di fatto che, a differenza di “Funny Games” di Haneke (il cui remake è nelle sale in questi giorni), non è mai chiaro allo spettatore che rimane incollato allo schermo fino alla fine.

 

Consigliato a tutti quelli con stomaco forte e voglia di sapere come sono veramente certi mondi.

 

 

Per chi volesse approfondire sul regista, sulle sue opere (tra cui il già citato e consigliato “Fucking Amal”) e sull’impatto che questo film ha avuto sul parlamento svedese consiglio il seguente articolo:
LUKAS MOODYSSON E LA FINE DEL «COMPLESSO DI BERGMAN»

 

 

Il trailer: