I mali sociali del nostro tempo. “La vita agra” di Bianciardi

Pubblicato: 29.12.2009 da bazu in Libri e dintorni, Recensioni
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Quelli dalla mia generazione in poi sono nati immersi in una realtà totalmente omologata per opera del potere della società dei consumi, Bianciardi, invece, vive sulla propria pelle la trasformazione della società dell’epoca. Trasformazione che vede l’affermarsi di valori alienanti, che relegano l’uomo a mero ingranaggio numerato della società, spingendolo a essere diffidente e ostile nei confronti del prossimo.

Bianciardi teme e aborra questo processo di annichilimento umano. “La vita agra” è il suo urlo di disprezzo verso la prospettiva di “evoluzione” (involuzione) sociale portata dal miracolo italiano anni 60. E’ un testo di protesta che va profondamente contro “il sistema”, la trama è accessoria, può essere tranquillamente letto a salti tra i capitoli. Chi si aspetta un intreccio narrativo rimarrà deluso. Il pretesto per narrare l’inaridimento civile ce lo da il protagonista che, fortemente amareggiato per le morti bianche avvenute in una miniera di carbone situata nei pressi del paese in cui vive,  morti evitabili se la messa in sicurezza della miniera non fosse stata messa in secondo piano da logiche di business, parte per Milano con l’intento di far saltare in aria il palazzone dei potenti che da dietro ad una scrivania hanno deciso le sorti dei poveri minatori.

Ma Milano è un buco nero che omologa appiattisce, snerva e così, di lì a poco, il nostro (anti)eroe (alter ego dell’autore) si ritrova inghiottito nella macchina produttiva e consumistica, non più convinto rivoluzionario anarchico ma spettatore attonito e atterrito della realtà che lo circonda. Realtà che viene riportata al lettore attraverso vari episodi di vita quotidiana che costituiscono le pagine del libro.

Quello che sorprende dell’opera di Bianciardi è la sua attualità. Colpisce come qualcuno, all’alba del boom economico, quando una scelta era ancora possibile, urlava inutilmente a milioni di italiani sordi cercando di metterli in guardia sul cancro sociale che divorava la società italiana e andava paurosamente, per indifferenza, a metastasizzare il mondo “occidentale”. Boom economico di cui, a distanza di quarant’anni, si può dire che ha sì, da un lato, sollevato dalla povertà e dalla miseria molti italiani ma dall’altro ha annullato le realtà locali, ha spinto verso il più cieco egoismo le persone, le ha rese schiave del denaro alla perenne ricerca di una felicità artificiale e effimera data dal consumo, ha deturpato irreversibilmente il nostro territorio, ha visto l’affermarsi di una classe dirigente pronta a ledere i diritti del prossimo pur di raggiungere traguardi economici prefissati, ha snaturato la politica trasformandola in un puro mezzo di potere e prestigio attraverso cui curare gli interessi del singolo (e dei suoi parenti) ignorando le reali esigenze della popolazione.

Credo (ma è facile parlare a posteriori) che  “il giusto” non sarebbe stato l’aver evitato il  boom economico  ma l’averlo affrontato con una consapevolezza molto maggiore, rispetto a quanto avvenuto, sulle insidie social-culturali intrinseche di una crescita indiscriminata.

Spero che quanto abbiamo pagato, stiamo pagando e pagheremo dal punto di vista sociale ci serva da lezione per eventuali nuove future prospettive di ricchezza e benessere globali. Della serie “non è tutto oro ciò che luccica”.

Noto, hai me, che molti miei coetanei (per non parlare dei più giovani) non si rendono neppure conto di essere persone assuefatte ad un potere totalizzante come quello della società dei consumi. Non se ne rendono conto perchè, come pesci, ci siamo nati immersi in questo mare. Io posso solo immaginare, e in questo  Bianciardi  mi aiuta, il senso di impotenza e frustrazione provato da chi credeva e sperava in un’alternativa ma che nel corso della propria vita ha visto sublimare ogni sogno.

Capire la parte di male che costituisce la cultura che ci ha cresciuti  e ci sta accompagnando nella nostra parentesi terrena (e anche qui Bianciardi ma anche Pasolini ci aiutano), è utile perché ci permette di ridimensionarci, di vedere il mondo con occhio più critico, di evitare inutili vicoli ciechi e di accorgerci che la felicità non sta dietro al possesso e al consumo delle cose ma piuttosto dietro alle persone con cui si posseggono e si consumano le cose. E che per arrivare al possesso e al consumo fine a se stessi, simboli errati di felicità, si passa per solitudine, per frustrazione e, talvolta, attreverso il dolore degli altri.

Alcuni passaggi.

Sul senso di tutelare la salute di dipendenti:

«Non erano tempi, non era aria da mettere in mutua per una sospetta silicosi o per una diminuita capacità respiratoria del diciotto percento. Cos’era questa smania delle statistiche, anche per i polmoni della gente?Respiravano, no? E allora?»

Nichilizzazione del sesso come mezzo per vendere che porta poi al proliferare e al diffondersi delle diete e di simboli vacui:

«Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all’infinito»

Sull’indifferenza:

«
– C’è un ubriaco là per terra
– E allora?
– Datemi una mano a riarzarlo
– Si rialzerà da sé.
– Non ce la fa. L’ho aiutato io, ma m’è ricaduto e perde sangue
– E noi cosa ci entriamo? E’ successo a lei no? Se la veda lei
E riattaccarono a giocare a carte
– La croce Rossa
mi disse allora una donna che stava lì vicino seduta davanti ad un bicchiere
– Telefoni alla croce rossa
Andai al banco e chiesi dov’era un telefono
– Non è a gettone
mi disse l’uomo .
– Mi faccia telefonare lo stesso
– Non è a gettone
ripeté
– Là davanti, vada. Quello è a gettone
Là davanti mi rivolsi alla cassiera:
– C’è un ferito per strada, mi dia il numero della Croce Rossa, per favore
– Vuol telefonare da qui?
– Sì, non è un telefono pubblico?
– Sì, ma mi raccomando non faccia il nome del locale, questo è un locale per bene e non vogliamo storie con la croce rossa [???]
– Va bene, non faccio nomi. Mi dia il numero
– Se lo cerchi da solo
– e mi indicò il mobiletto sotto il telefono. Cercai il numero, poi chiedi il gettone
– La moneta
fece la donna
– Cosa?
– Le venti lire »

Indifferenza da un parte ma provincialismo e bigottismo dall’altra. Qui le persone sono quello che appaiono:

« “Come atteggiamento sospetto?” Chiesi io un po’ risentito.
“Allora lei vuole fare il furbo, ne’?” disse. “Lei camminava lentamente, e si è fermato due volte. Dove andava?”

“A passeggio.”
“Ah, sì? A passeggio ? Lei va a passeggio senza cravatta? Da solo? E non tira dritto per la sua strada? Va così lentamente ? E si ferma?”

Mi tennero chiuso a chiave una notte intera, e intanto presero informazioni, ma non risultò nulla e mi mandarono a casa con tente scuse.

“Ma anche lei, benedetto ragazzo” concluse il maresciallo del buon costume, paterno adesso. “Anche lei, girare così ” [!?]»

Su politica e potere:


«[…] In altre parole, a chi sceglie una professione terziaria o quartaria servono doti e attitudini di tipo politico. La poitica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. Così la bontà di un uomo politco non si misura con ilò bene che egli riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene. E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più — apparenze a parte — fra stato e stato, tra fazione e fazione ma interna allo stato, interna alla fazione.
Allo stesso modo, nelle professioni terziarie e quartarie, non esistendo alcuna visibile produzione di beni che funga da metro, il criterio srà quello. Sei diventato vescovo? No?Allora vatti a riporre. La concorrenza?Che t’importa della concorrenza?L’importante è fare le scarpe al capoufficio, al collega, a chi ti lavora a fianco»

Bianciardi ci parla di decrescita felice in un’ epoca in cui la “crescita” era appena incominciata:

«La rivoluzione deve incominciare da ben più lontano, deve cominciare in interior homine.
Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi e anzi a rinunziare a quelli che ha. »

Una perla su Milano (ma estendibile a buona parte della pianura padana industrializzata):

«la chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano,se ne gloriano, come di un prodotto locale. E prodotto locale è. Solo non è nebbia. No, la nebbia è semmai nella campagne, viene su dalle rogge fumiganti che vanno ad allargare le marcite […] questa [è la vera] nebbia che trovi fuori città. Ma dentro [la città] non è nebbia.
E’ semmai un fumigazione rabbiosa, una flautolenza di uomini, di motori, di camini. È sudore, è puzzo di piedi, polverone sollevato dal taccheggiare delle segretarie, delle puttane, dei rappresentanti, dei grafici, dei PRM, delle stenodattilo, è fiato di denti guasti, di stomachi ulcerati, di budella intasate, di sfinteri stitici, è fetore di ascelle deodorate,di sorche sfitte, di bischeri disoccupati.»

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commenti
  1. post ha detto:

    Bella recensione, pienamente condivisibile!
    Tra i personaggi attualissimi che mi piace sempre ricordare c’è anche il tafanatore telefonico.
    cia’ ne’

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