La streghetta Martina in guerra con la guerra: commento a L’uomo che verrà

Pubblicato: 04.03.2010 da Francesca Meneghetti in Cinema
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Si è parlato di neo-neo realismo. Forse è vero che sia nel cinema italiano sia nella letteratura sta emergendo un gruppo di autori che individuano il senso della loro missione nella riflessione sulla realtà. In tempi dominati dal bisogno di un eterno carnevale, di bellezza fittizia o di forti emozioni, attraverso effetti speciali e situazioni estreme, è una boccata d’aria pura la scelta dell’autenticità. E la storia, fittissimo repertorio di situazioni tragiche ed estreme, specie nei momenti di guerra, offre molti spunti per questo (come sapeva il vecchio Manzoni).

Giorgio Diritti è su questa linea e gli fa onore l’impegno civile che trasferisce nel cinema, specie in tempi in cui le tendenze revisioniste tendono a cancellare il passato. Ha voluto raccontare uno degli episodi più brutali della seconda guerra: l’eccidio di Monte Sole (Marzabotto). Scelta molto impegnativa. Comporta il rischio di essere prevedibili nella narrazione della brutalità, o di imitare strategie narrative già collaudate in passato. Il regista si rivela un ottimo allievo: non solo di Olmi e dei fratelli Taviani (con La notte di San Lorenzo), come è stato detto, ma anche di Bertolucci, con il suo Novecento, e di Rossellini con Roma Città Aperta (e alle Fosse Ardeatine). Ne rinnova però il linguaggio, con inquadrature originali, a volte magistrali, un’inquietante fotografia dai toni freddi che rende le atmosfere crepuscolari, e un ottimo sonoro, così da aggiungere una cifra personale alla tradizione.

Quanto all’idea di raccontare la vicenda da un punto di vista infantile, non è una novità assoluta, nemmeno per il cinema (v. i fratelli Taviani): anche Italo Calvino, nel Sentiero dei nidi di ragno si cala nel punto di vista di Pin, che scruta la guerra con sguardo bambino. Ma qui, e la scelta si è rivelata felicissima, si tratta di una bambina colpita da diverse forme di violenza: quella insita in una guerra totale, come è stato il secondo conflitto mondiale, che si accanisce per la prima volta contro inermi civili; ma anche quella dei maschi, che la esercitano con adescamenti sessuali, se adulti. Se coetanei, giocano ai soldati (terribile la scena della finta fucilazione delle bambine) o riproducono ataviche forme di aggressività verso “le streghe” di sempre. E Martina (Greta nella realtà) è una bellissima e selvaggia streghetta, muta come Lisa, la protagonista della favola di Andersen, costretta a tessere tuniche di ortiche per liberare i fratelli, tramutati in cigni, dall’incantesimo. Ma, in quanto donna, è anche custode della vita: sarà lei, con grande istinto di sopravvivenza, a salvare l’uomo che verrà. Per ora è solo un neonato che ha bisogno di una ninna nanna: e Martina, sapendolo, scioglierà per lui il suo mutismo.

Questa storia è bellissima. Ma il film ha, tra tanti meriti, un difetto di focalizzazione: non si poteva certo isolare la vicenda della bambina da quella della sua famiglia e dal suo ambiente. Ma forse la cura antropologica con cui è ricostruito tutto il mondo contadino di Monte Sole poteva entrare in un altro film: qui si poteva e forse si doveva alleggerire la materia per far risaltare la favola bella di Martina. Senza per ciò compromettere l’impegno civile e l’autenticità.

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