L’introversione del riccio

Pubblicato: 24.03.2010 da bazu in Libri e dintorni, Recensioni
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Una cosa c’è da dire: la Barbery sa scrivere, sa ammaliare con il suo incedere fluido ed erudito, nel libro ci sono delle pagine veramente deliziose, leggerle è un piacere. Per deformazione professionale, però, l’autrice, docente di filosofia, a tratti si perde in sofismi di dubbia utilità, poco funzionali alle vicende narrate e questo da noia.
C’è di che pensare su questo libro e questo è il suo vero e unico punto di forza tutto il resto scricchiola.

La caratterizzazione di personaggi è alquanto discutibile. Abbiamo una bambina a cui vengono attribuiti di super poteri intellettuali inadatti alla sua eta. Saggezza, cultura e contesto in cui si cresce sono fondamentali per poter formulare certi pensieri e tredici anni sono troppo pochi.

Abbiamo poi una portinaia che da sola rappresenta motivo di esistenza di psicoterapeuti e psichiatri (40 anni passati a nascondersi al mondo, secondo me, rappresentano decisamente una patologia psichiatrica). Alla lunga poi madame Michél (sempre la solita portinaia) risulta essere più snob e classista degli inquilini del palazzo.

La scrittrice ricalca molti stereotipi: il reazionario, il socialista arricchito, gli intellettuali, la donna alto borghese annoiata in perenne cura dall’analista di stampo Freudiano, la ragazza viziata che finge di essere di larghe vedute, il suddetto piccolo genio incompreso… varie ed eventuali.

Il tutto impaginato in una trama accessoria nella quale non poteva mancare l’improbabile storia d’amore buttata lì.

Insomma un libro che insegna a noi lettori un po’ di sana filosofia e all’autrice che scrivere saggi è cosa diversa dal fare narrativa.

… ci si risente all’uscita el film in DVD

commenti
  1. vavà ha detto:

    Faccio fatica a pronunciarmi, avendone letto solo metà.
    Concordo sul fatto che di luoghi comuni ce ne sono un bel po’, sul fatto che la ragazzina è fin troppo sveglia e colta per la sua età (anche se figlie di pezzi grossi francesi ne conosco poche, quindi si sa mai che sia possibile…), che i personaggi sono improbabili e sterotipati, che la storia d’amore tra la buona e umile e l’uomo di prestigio che vede oltre le apparenze non poteva mancare in un libro come questo…

    Sul fatto che la B. sappia scrivere, non so cosa dirti. Non ho ancora ben capito cosa voglia dire questo saper scrivere. Ti rimando alla 3a lezione di Calvino (“Esattezza”) in Lezioni americane.

  2. bazu ha detto:

    già, il “saper scrivere” è difficile da definirsi. Qui mi riferisco al fatto che l’autrice riesce ad essere fluida e dunque a invogliare alla sua lettura pur utilizzando un registro linguistico non banale. Molti termini sono ricercati e si sposano bene (ie. sono armoniosi) con il loro intorno.

  3. Silvia Davanzo ha detto:

    Dovendo assegnare un voto da 1 a 5, gli darei 2 perché 1 sarebbe troppo poco ma 3 davvero troppo per un libro che non mi ha di certo fatto impazzire. Poiché ha venduto tantissimo, è pluripremiato e non si può assolutamente affermare che sia scritto male, direi che, semplicemente, non è il mio genere. Perché? Te lo spiego con la cronaca della mia lettura.
    Primo terzo di libro: mi scopro ostaggio di una narrazione oltremodo filosofica, frammentaria, statica, tediosa, senza trama e pervasa dall’aria fritta; faccio indigestione di aggettivi e avverbi usati a piene mani nelle voci narranti delle due co-protagoniste già di suo fortemente antipatiche, snob, esasperatamente pedanti e perse a palla in elucubrazioni inconsistenti, disquisizioni assurde e ghirigori concettuali assai ridondanti tra cui spiccava incontrastata la “contemplazione della bellezza che crea il momento sublime nell’eternità”; mi sono spesso sorpresa a sbottare sonori maperpiacere, mavaccagare, mavaffanculovà, finanche pensa a rischiare, almeno in due occasioni, di cedere spossata all’impulso drastico e liberatorio di scaraventare il libro fuori dalla finestra.
    Secondo terzo: ormai rassegnata alla mancanza non solo di trama ma anche di vicenda (e quindi proprio di uno straccio di storia come tutti i romanzi di questo mondo, perdio!), con il cuore in pace ho apprezzato le tante nuove paroline mai sentite in vita mia di cui è tempestato l’intero libro (me le segnavo in corso di lettura e poi le cercavo umilmente nel dizionario) e la paradisiaca comparsa di vari passi davvero ben scritti.
    Terza ed ultima parte: finalmente succede qualcosa (!!!) e, grazie anche ad un’ammirevole impennata nella qualità della prosa, le due protagoniste divengono più umane e credibili fino a… coinvolgermi!; e così ero lì-lì per affezionarmi a quelle pagine, ma l’addio finale della poveretta improvvisamente morente alle persone care e al gatto, ecco, mi è suonato così dozzinale e convenzionale, puzzava proprio di finale rassicurante per il lettore mascherato da folgorante finale a sorpresa; e, naturalmente, nelle ultimissime righe riappare con quel “un sempre nel mai” il riferimento alla “contemplazione della bellezza che crea il momento sublime nell’eternità” (qualora non ci fosse già stato propinato a sufficienza per tutto il resto del libro, non si sa mai) che però, effettivamente, è il fulcro della storia.
    Per quanto mi riguarda, è come se al Riccio mancasse quell’energia, quel fascino, quella “forza” che in un libro m’incanta per davvero, mi conquista, mi nutre e mi rende devota a qualunque cosa mi venga raccontata.
    O no?

  4. Giulia ha detto:

    Ciao. Sono capitata qui per caso e non posso non lasciare un commento. Intitoli il tuo commento “L’introversione del riccio” ma mi sa che di introversione tu non ne sappia un bel niente visto che poi ti riferisci a Madame Michel come fosse una paziente psichiatrica…beh non è nè pazza nè snob ma semplicemente INTROVERSA! Ce ne sono tantissimi nel mondo di introversi ma rappresentano una minoranza e questo non per questo vanno considerati degli anormali in questo mondo che ormai premia solo i prepotenti. Non avendo compreso tutto questo non mi meraviglio del fatto che sminuisci in questo modo la vicenda narrata nel libro…”Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti”

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