Giorgio Vasta: “Il tempo materiale”

Pubblicato: 15.03.2011 da bazu in Libri e dintorni, Recensioni
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“Il tempo materiale”, opera prima del siciliano Giorgio Vasta, è un romanzo crudo, freddo, stilisticamente evoluto, linguisticamente ricercato, studiato ed elaborato, che ci narra le vicende di un gruppo di tre ragazzi undicenni che, in un lontano 1978, sulla scia del rapimento Moro, decidono di dare vita ad un gruppo terroristico operante nella loro città, Palermo.

«Durante le scazzottate, dice Bocca, c’è sempre un personaggio che pestato a ripetizione si avvita su se stesso, barcolla qualche istante e poi, smorfia deforme e sguardo strabico, cade a terra.»

Ogni volta provo vergogna, continua. Perché mi sembra che quei personaggi avvitandosi su se stessi si stiano avvitando al nostro essere italiani, alla nostra patetica identità nazionale che risolve sempre la lotta in farsa.»

Nel libro, appare abbastanza chiara la forzatura compiuta dall’autore sull’età dei protagonisti troppo piccoli per elaborare pensieri e azioni così pesanti, ma il surrealismo che ne deriva vuole porre l’accento sul dualismo terrorista–immaturità. Non tanto applicato alle citate Brigate Rosse quanto piuttosto a tutte le realtà rivoluzionarie ed eversive, prive di un progetto politico su scala nazionale, parallele alle BR. Abbiamo l’ideologo del gruppo che…

«[…] sta teatralizzando. Che anche lui a volte cede al bisogno di espandersi, di dilatarsi in forma declamatoria consumando più linguaggio possibile.»

In questo suo espandersi – nel romanzo più volte viene messo in evidenza che per i tre parlare bene in italiano è potere, è forza mentre il dialetto è male – in questo suo teatralizzare, nel suo modo di assumere atteggiamenti, posizioni e silenzi studiati, l’ideologo Volo, catechizza gli elementi del gruppo che si ritrovano incapaci di opporre obbiezioni e controbattere ai deliranti sproloqui idealistici. Il trio di sovversivi naviga a vista, studia e mette a punto in modo preciso e metodico le basi per la costituzione di un gruppo terroristico locale – l’alfabeto muto, i pedinamenti – ma non ha un disegno vero e proprio in testa, il gruppo stesso vive emulando i “compagni” brigatisti e aspira a essere notato da loro. Si “innalza il livello dello scontro” solo per farsi notare.

«Uno come lui è trasversale alle epoche. C’è e ci sarà sempre. La vulnerabilità, ma nella sua manifestazione più ripugnante. Qualcuno che dovresti difendere ma sai che difendendolo ti sporcherai le dita. Quindi esiti, fai finta di non sentirlo. Morana è così. La sua distruzione è infinita. Nella sua vita non ci sarà mai niente. Mai un ragionamento, mai un’intuizione. Niente di niente. Eppure è qui, continua a esserci.”»

La narrazione avviene in prima persona, il lettore partecipa ad un’escalation di insensata violenza attraverso gli occhi di Nimbo l’unico capace di mantenere uno spirito critico nei confronti degli assurdi piani d’azione di Volo e all’incondizionata sudditanza di Raggio. Asservimento, quello di Raggio, della peggior specie, perché in esso vi è l’ossequiosa esecuzione a qualsiasi ordine recepito senza alcun filtro critico, tanto più perentorio e deciso è l’ordine ricevuto tanto più è il livello di esaltazione indotta in colui che lo riceve, che si traduce in ferocia, sicurezza e precisione nella sua esecuzione.

Tutti drogati dunque da un’improbabile ideologia che riempie i loro cervelli svuotando i loro cuori.

[SPOILER: ANTICIPAZIONE SUL FINALE]

E sarà proprio l’amore, le flebili palpitazioni amorose verso la Bambina Creola – coetanea compagna di classe muta – del Nimbo a cui non smetterà mai di dare ascolto, per quanto relegato in remotissimi antri del suo cuore, a rompere l’insensata catena di barbarie dentro cui il trio precipita, chiudendo il libro con un finale parzialmente consolatorio.

[FINE SPOILER: ANTICIPAZIONE SUL FINALE]

Opera veramente notevole, che mette in bella mostra l’indiscutibile arte letteraria – altamente evocativa – di Vasta capace di avvolgere il lettore in un flusso narrativo aspro, tagliente ma nel suo insieme molto ben oliato.

 

«Nel corso del tempo, invece, lo Spago è riuscita a inoculare in me la paura di tutto, partendo da un’idea di educazione come immobilità e scomparsa. Giocare con la sabbia senza muovere la sabbia; se hai mangiato, niente bagno prima di quattro ore; non disturbare, non respirare, ma non permetterti di morire. La vergogna di essere vivi. Limitarsi a immaginare il gioco, a supporre di nuotare. Madri che allevano figli fobici e immaginifici. La trasmissione matrilineare delle paure.»

 

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