Le correzioni di Jonathan Franzen

Pubblicato: 02.08.2012 da bazu in Libri e dintorni, Recensioni
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Robin si voltò a fissarla. – A cosa serve la vita?
– Non lo so.
– Neanch’io. Ma non credo che serva a vincere.

Trascorriamo la nostra esistenza ad apportare correzioni su noi stessi e sul prossimo, le subiamo per forza di cose da figli, poi passiamo ad avvampare di fronte a una divergenza di vedute con coetanei da adolescenti, tentiamo di emergere cercando di fare bella figura nei confronti di chi ha più potere di noi o chi esercita un certo ascendente su di noi, viviamo male la nostra preziosissima diversità, non accettiamo le diversità altrui, senza mai ammetterlo apertamente e obiettivamente trascorriamo una vita a tentare di omologarci e omologare per sentirci meno soli e più accettati. Il risultato? Nevrosi, sensi di inadeguatezza e di colpa, depressioni, rancori, vendette, arrivismo, complessi di inferiorità.

Attraverso i frammenti della famiglia Lambert che via via vanno a comporsi con l’incedere del romanzo, Franzen denuncia questa condizione patologica della nostra esistenza.

Ad ogni capitolo si raccoglie un frammento che va a caratterizzare, in maniera davvero ammirevole (bravo Franzen), i singoli Lambert e io loro sottomondi.

Il padre, Alfred, troppo chiuso in sé stesso e nelle suo convinzioni reazionarie, incapace di comunicare, trasmettere e ricevere amore. L’unico però, in concreto, ad accettare e rispettare le altrui identità, chiudendosi, soffrendo e lottando negli abissi della propria insospettabile introspezione.

La loro indole li avrebbe spinti ad abbracciarlo, ma quell’indole era stata corretta.

La madre, Enid, troppo occupata ad apparire piuttosto che a vivere, prigioniera dei propri sogni e delle aspettative riversate sui figli. Schiava del proprio ruolo di madre/moglie e del servilismo che l’etichetta impone a questo ruolo.

Gary, il figlio maggiore, impegnato da sempre a sostenere la parte del figlio e padre modello. Parte capace di schiacciare la sua vera personalità spingendolo pericolosamente sull’orlo della paranoia depressiva e, di conseguenza, su quello del fallimento umano personale. Ottuso nel compatire sua madre condannando il padre su basi poco obbiettive.

Denise, la figlia, succube di una sessualità nervosa alla quale oppone un maniaco attaccamento al lavoro di cuoca (fonte di un discreto successo) isola (il lavoro) presso cui si rifugia con l’unico intento di ricacciare nella viscere le proprie schiaccianti inquietudini sessual-sentimentali. Ottusa nel compatire suo padre condannando la madre su basi poco obbiettive.

Chip, il secondogenito, di animo sensibile e idealista, volubile, conscio della propria mediocrità e perseguitato della propria ingenuità. Nella famiglia il meno ipocrita, ma decisamente il più egoista, nel dissociarsi da tutte quelle ammorbanti dinamiche famigliari che invece condizionano la vita dei fratelli e della madre. Sostanzialmente indifferente ai giudizi altrui e in continua fuga dal mondo e da sé stesso.

La serata si stava consumando nella futilità. A sette anni Chipper intuiva già che quel senso di futilità sarebbe stato il chiodo fisso della sua vita. Un’attesa monotona e poi una promessa infranta, la sgomenta comprensione di quanto fosse ormai tardi.

L’impresa di imporre e subire quelle correzioni di cui sopra da parte di tutti i personaggi si rivela utopica perché il libro ci insegna che per quanto ci si affanni in questo intento la vulcanica imponderabilità della nostra esistenza ci rende impotenti nel tentare di controllare, ingabbiare e scolpire l’animo umano. Nel libro le uniche “correzioni” che vanno in porto sono quelle che nascono come riflesso incondizionato all’interno di noi stessi.

[La “correzione” spontanea in Enid]Era stufa degli Astor e dei Vanderbilt, delle loro residenze estive e del loro denaro. Era stufa di invidia, stufa di se stessa. Non s’intendeva di antiquariato o architettura, non sapeva disegnare come Sylvia, non leggeva come Ted, aveva pochi interessi e nessuna competenza. La capacità di amare era l’unica cosa che avesse mai davvero avuto. E cosí ignorò la guida turistica e si interessò all’angolazione ottobrina della luce gialla, alla commovente intensità della stagione. Nel vento che spingeva le onde attraverso la baia c’era l’odore della notte imminente. Stava arrivando in fretta: mistero e dolore e una strana e struggente sensazione di possibilità, come se la commozione e lo strazio fossero una cosa da ricercare e raggiungere.

Ecco che Robin, personaggio femminile secondario albergante il sottomondo di Denise, è l’unica a essere se stessa e nell’esserlo è la persona più sana (inteso come serena) ed equilibrata della storia. L’unica che ostinatamente schiva la competizione, l’unica che non vuole vincere, l’unica che, nelle sue naturali diversità, se ne infischia degli schemi.

Brian è fantastico! Non c’è niente che non vada in lui! È solo che preferisce fare il tifo per i vincitori. E io non sono una vincitrice. E non voglio esserlo.

Il capitolo “Più ci pensava, più si arrabbiava” da solo vale la lettura del romanzo, così come, i più pigri, scoraggiati dalle cinquecento pagine abbondanti del libro, potrebbero di tutto il libro leggere solo questo capitolo. Perderebbero l’orchestrazione dell’opera letteraria ma avrebbero un saggio sull’arte di fotografare cosa significhi “crisi” all’interno di una coppia matura borghese.

Lo stile ad incastro del libro, che non si limita alla sola equazione “capitolo uguale frammento”, ma che si estende, all’interno dei frammenti con salti di persone, luoghi e tempi non nettamente marcati, non richiede particolare impegno da parte del lettore. L’alternanza dei piani narrativi risulta facilmente assecondabile.

Aveva perso le tracce di ciò che voleva, e poiché una persona è ciò che vuole, si poteva dire che avesse perso le tracce di se stesso.

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commenti
  1. peppe ha detto:

    bravo wudiallen

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