Ma l’uva è ancora acerba: quello che non va nel film “I giorni della vendemmia”

Pubblicato: 06.08.2012 da Francesca Meneghetti in Cinema
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Lo spettatore che si accinge a vedere “I giorni della vendemmia” è ben disposto: è al corrente dei riconoscimenti internazionali, del passaparola che ha decretato il successo di un prodotto giovane e indipendente. Si aspetta molto da questo film.

Che inizia con una citazione di Pier Vittorio Tondelli di Correggio, scrittore allevato al Dams di Bologna, morto precocemente di AIDS nel 1991 (nonché compatriota di Ligabue e di Valentina Vezzali). Il libro, “scandaloso”, da cui è tratta la frase posta in avant propos, è “Altri libertini” edito nel gennaio 1980 da Feltrinelli, con una copertina che riprende i colori acidi di moda a quel tempo: verde e giallo. Erano, giova ricordarlo, perché il film si rivelerà una sorta di omaggio quel libro, gli anni del travoltismo, delle nuove manie della discoteca, della festa, dell’India, del macrobiotico e dell’astrologia, per non parlare dell’erba: erano i segni del riflusso, apripista ai cosiddetti “stupidi anni ‘80”.

Ci sono tutte le premesse per assistere a un film trasgressivo e forte nei contenuti. Invece subentra presto la delusione: le trasgressioni messe in scena sono blande e caste (se confrontate al libro, che torna due volte come oggetto e come immagine nel film).I rinvii alla situazione storica discontinui e forzati (lo sono in particolare i riferimenti ai funerali di Enrico Berlinguer, assunto, forse, come simbolo di un’epoca, anche se, prima della sua morte, era additato dal movimento del ‘77 come responsabile del compromesso storico e della rinuncia a un’alternativa rivoluzionaria). Tra l’altro, Berlinguer muore l’11 giugno e il film, con un salto di continuità temporale non esplicitato, ci porta subito dopo alla vendemmia, cioè alla fine dell’estate.

Emergono subito due punti deboli, a nostro avviso: una certa superficialità nel riproporre un passato recente, ma che un regista under 30 non può certo ricordare, e la mancanza di una struttura narrativa. Potrebbe anche trattarsi di una storia di formazione, un genere classico, sempre apprezzato dai giovani. Ma, se tale era l’intento, rimane più nei propositi che nella realizzazione. Che cosa impara il giovane Elia, interpretato splendidamente, questo sì, dal trevigiano Marco D’Agostin, da questa vicenda? Che non ci si deve fidare delle belle ragazze e dei fratelli “mitici”? Un po’ poco, come sostanza.

Restando sul piano dei contenuti, qualcuno ha parlato anche di un certo realismo del film nella rappresentazione della campagna emiliana, citando persino Giorgio Diritti. Neanche su questo punto ci siamo: è realistica per caso la rappresentazione della vendemmia, con casse d’uva che si dileguano nel nulla (senza che si proceda alla macinatura dei grani o al trasporto dell’uva in una cantina)? O forse quella delle riunioni spirituali della mamma di Elia, più consone a un cristianesimo protestante che non al cattolicesimo italico, molto più rituale e meno spirituale? O forse quella del padre, orfano di Berlinguer, per ricreare perfettamente in famiglia il cattocomunismo? Un militante così isolato, non definito socialmente, che si qualifica solo perché ogni tanto sbircia l’Unità?

Forse l’obiettivo di Marco Righi era di suggerire atmosfere, per pennellate. C’è riuscito forse a livello stilistico, con una scelta cromatica che cita le tinte acide care agli anni ’80 (il verde, soprattutto, è il colore dominante, fin dalla prima inquadratura che inquadra la parete con il crocifisso), inquadrature “posterizzate”, una messa a fuoco quasi sempre sfocata, una fotografia talora sottoesposta. La macchina da presa si muove poco e lentamente: può essere simbolico anche questo?

Riteniamo comunque che per dei giovani portare alla conclusione un’impresa costosa con scarsi mezzi e spirito d’indipendenza sia comunque un risultato positivo. Il giovane regista, forte dei riconoscimenti ottenuti, avrà la possibilità di realizzarsi ulteriormente. Il protagonista maschile ci pare ugualmente promettente, mentre degli altri due attori comprimari, Lavinia Longhi e Gian Marco Tavani, sono bellissimi, ma troppo consapevoli di esserlo per risultare altrettanto bravi.

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