Indridason: un islandese da leggere

Pubblicato: 31.08.2012 da Francesca Meneghetti in Libri e dintorni, Scrittori

Il genere giallo (o giallo-nero, dato che sempre più spesso avvengono contaminazioni tra il genere poliziesco e quello criminale) sta conoscendo una stagione felice, al punto da “sdoganarsi” dall’etichetta “genere di consumo” e farsi apprezzare, almeno in certi casi, per il valore letterario.
Benché si tratti di una tendenza largamente diffusa, sembra che l’area emergente sia quella scandinava, o nordica, più in generale. Tutti conoscono la trilogia di Larsson, pubblicizzata attraverso il cinema, e molti ricorderanno, per le stesse ragioni di risonanza mediatica, Il senso di Smilla per la neve, del danese Peter Hoeg, che meriterebbe di essere riletto perché alla vicenda poliziesca si sovrappone, in filigrana, un affresco inquietante dello sfruttamento economico sconsiderato delle materie prime e, in parallelo, dell’oppressione danese sugli Innuit.

A questo link: letteraturegialle.wordpress.com si può trovare un elenco dei nuovi gialli scandinavi. Hanno elementi in comune, questi testi, oltre alla tecnica dell’intreccio di filoni diversi e all’influenza sull’ambiente antropico di atmosfere e paesaggi spesso grigi, piovosi o nevosi? Pur non avendo letto l’intera rassegna, chi scrive ha l’impressione che i delitti più comuni abbiano uno sfondo sessuale e/o si colleghino a progetti o stili di vita improntati a onnipotenza o superomismo nazista, o a morbosità esasperate. Tanto che ci si chiede, collegando a questi gialli episodi di cronaca nera (uno per tutti: il massacro del neo nazista Andres Behring Breivik), se queste splendide democrazie del nord non nascondano qualche tarlo. C’è però anche il movente economico, che spesso proviene da poteri forti: il che dà anche una sfumatura sociale a questi romanzi. Per altro, il Male non viene solo dai potenti: esistono forme di violenza terribili, che spesso si scatenano in ambito familiare e che trovano, come sempre, donne e bambini come vittime predilette.

Uno dei migliori, mi pare, è l’islandese Arnauld Indridason. Ho cominciato con l’ultimo, “Il cielo è nero”, che ho trovato significativo come affresco di un paese, e, potremmo dire, di tutto il sistema occidentale, prima della caduta nella voragine della crisi attuale: un affresco caratterizzato dalla spregiudicatezza diffusa per giungere alla ricchezza. E’ interessante che la vicenda sia vista dal punto di vista di un agente della squadra di Erlendur (equivalente del nostro Montalbano o del ben tenebroso Adamsberg della Vargas), Sigurdur Oli, che potremmo considerare “di destra” (n romanzi precedenti è definito espressamente come yuppie). Bene, questo personaggio sembra essere turbato dai fatti che tocca con mano, tanto da veder incrinare certe sue convinzioni inossidabili del passato. Si vedrà se la trasformazione sia destinata ad accentuarsi in futuro.

Erlendur, che qui rimane volutamente in ombra (viene allontanato), resta comunque il protagonista delle storie di Indridason e riproduce, con stili diversi, la tipologia del commissario sui generis, spesso in contrasto con i superiori, sfortunato in amore, solitario, tormentato da vicende familiari drammatiche. A differenza di Montalbano o di Pepe Carvalho non trova consolazione nel cibo (la sua cucina è desolante), e nemmeno nelle lunghe passeggiate di Adamsberg, piene di fantasticherie che ne fanno uno spalatore di nuvole. E’ un personaggio più spigoloso, più dinamico e più sofferto, che soggiace talvolta a sconsolanti riflessioni esistenziali. Ma intorno a lui c’è una squadra, formata da uomini e donne il cui profilo si costruisce (così come per Erlendur) in progressione, attraverso la serialità. Letti “La signora in verde” e “Sotto la città”, di cui ho apprezzato una certa reticenza nella ricostruzione di una vicenda di stupro. Il che non la rende meno drammatica, anzi. Come sapevano bene Dante e Manzoni, “quel giorno più non vi leggemmo avante” e “La sventurata rispose”, senza l’aggiunta di altri dettagli, colpiscono molto di più.

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