Timira, romanzo molto, molto meticcio. Wu ming 2 e altri.

Pubblicato: 12.09.2012 da Francesca Meneghetti in Libri e dintorni, Recensioni
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Meticcio viene dallo spagnolo mestizo (a sua volta derivato dal latino mixtīcius –mixtus, participio passato di miscēre, mescolare), termine che indicava il frutto di un rapporto sessuale tra uno dei conquistadores e un indigeno: relazione spesso improntata a violenza, se non fisica, “culturale”.

Gli incroci sessuali hanno caratterizzato tutte le manifestazioni del colonialismo (del post-colonialismo), anche di quello italiano. In Somalia, in particolare, si è formata, specie nel ventennio fascista, una generazione di meticci che venivano chiamati “figli delle missioni”: appartenendo al padre, secondo il codice lì vigente, venivano strappati alle madri (considerate puttane anche quando non lo erano, ma vivevano more uxorio con un italiano), ed educati in collegi italiani gestiti da suore. Poteva anche accadere che un’italiana sposasse un somalo, o si unisse a lui, ma il caso era più raro.


La trama del romanzo Timira ci riporta a questo mondo, per raccontarci la storia di due fratelli, maschio e femmina, strappati alla madre, riconosciuti dal padre, che dà loro il proprio cognome (Marincola), e spediti nella primissima infanzia in Italia, dove saranno allevati, con pochissimo amore, dalla moglie italiana dell’uomo, per nulla felice di avere in casa i figli “del peccato” maritale.
La vita del maschio, Giorgio, è diventata nota tra gli storici, perché, dopo aver aderito al Partito d’Azione, partecipò alla Resistenza e fu ucciso dai tedeschi il 4 maggio 1945. Gli resta, oltre alla medaglia d’oro, il triste primato di essere probabilmente l’unico partigiano italiano di colore caduto in battaglia.
Della sorella Isabella, si sapeva poco o nulla. Scopriremo, attraverso questo romanzo, che fu un’attrice di teatro e di cinema (comparsa anche in Riso Amaro accanto alla Silvana Mangano), ma, soprattutto, che ebbe una vita molto movimentata e nomade, molto affollata di uomini, di cui amò profondamente tuttavia solo il figlio e il fratello, che conobbe gli agi e la povertà, e che volle raccontarsi ed essere raccontata, non senza esibizionismo.
Timira (che sarebbe il suo nome somalo, adattato alla fonetica italiana) è dunque un romanzo meticcio, come si autodefinisce nella copertina: ma il meticciato va inteso anche in un altro senso, in relazione, cioè, alla tecnica narrativa e alla sua identità. Partiamo dalla seconda questione: non è una biografia, fedele o di finzione, non è letteratura coloniale, ma un puzzle in cui si mescolano testi di natura diversa: documenti storici, lettere, ricordi, ricostruzioni e costruzioni. Quanto alla struttura del romanzo, che rifugge dalla linearità e dall’univocità, l’intreccio si ritrova nei tempi, nelle voci narranti e autoriali. Infatti, il romanzo è frutto, oltre del consueto lavoro di documentazione che caratterizza i Wu Ming, anche di lunghe conversazioni registrate tra Wu Ming 2 (uno solo del celebre collettivo – quattro scrittori – che assunto uno pseudonimo cinese) e Isabella, a anche dell’intervento del figlio Antar dopo la di lei morte. Per cui si parla di romanzo a sei mani, appartenenti a un italiano con pseudonimo cinese, a un’italiana di colore, un esule somalo. Potremmo dire: un cross novel, che smantella l’idea della titolarità tutoriale individuale . Non a caso, nella post-fazione denominata “Titoli di coda”, si pone l’accento sulla mancanza di un unico padre, fino ad arrivare, estremizzando, alla regola generale “Qualsiasi narrazione è un’opera collettiva”. Del resto, se qui si moltiplicano le soggettività narranti, non si tratta di una novità assoluta per uno dei Wu Ming. Nuovo però, indubbiamente, il meccanismo dell’incastro di almeno tre diverse soggettività. Il che rende Timira un prodotto adatto a laboratori di scrittura là dove si voglia approfondire la questione di come si costruisce un libro.
Detto questo, non è detto che una buona intenzione produca automaticamente dei buoni risultati. Il rischio maggiore potrebbe essere quello della disomogeneità stilistica: ma questo, a ben vedere, non è un difetto se perseguito intenzionalmente (altrimenti dovremmo bruciare l’Ulisse di Joyce). Quello che a volte disturba, a mio parere, è da un lato un eccesso di quotidianità minuziosamente narrata: a volte certe telefonate o certe sottolineature molto insistite, come quella dell’amore per il vino di Isabella, suonano come replicazioni (superflue). Dall’altro lato è un eccessivo disvelamento della vita intima di Isabella, delle sue relazioni con persone reali (talune viventi come il figlio), che, proprio per il suo pretendersi sincero, suscita delle perplessità circa la sua autenticità. Tanto da far rimpiangere famose reticenze letterarie. E tanto più in un contesto che non è memoriale, ma molto letterario e artistico. Se si visiona un video in cui compare Isabella, bellissimo viso, sedia a rotelle, perfetta dizione teatrale (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=7036) sorge il dubbio che un’alta percentuale di finzione sia intrecciata alla realtà. Meticciato anche questo.
La storia comunque prende e la coppia madre-figlio è assolutamente fuori dai canoni: con un figlio che chiama la madre Isabella, la sopporta a fatica, le mente, ma le resta appiccicato come un francobollo, e una madre che definisce Antar, cioè uno degli autori, “ballista”. Una donna fuori dagli schemi: politicizzata a sinistra, ma anche politicamente e umanamente scorretta, una sorta di Moll Flanders della storia coloniale e post-coloniale che, nella lotta per la sopravvivenza, non esita a imboccare ogni scorciatoia possibile.
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