L’educazione del dolore: Pietà.

Pubblicato: 24.09.2012 da Francesca Meneghetti in Cinema
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E’ un film imperdibile per gli amanti del cinema: ha pienamente meritato un premio prestigioso come il Leon d’oro. Tuttavia è un film durissimo, cui è bene giungere preparati. Anzi, da sconsigliare alle persone sensibili nelle ore che precedono il sonno. E’ una storia sotto il segno di una violenza raccapricciante, per quanto non esibita, ma piuttosto suggerita dall’espressione dei volti: anche lo spettatore dalla scorza più dura ne esce turbato. Ragionare su questo film, prima e dopo lo spettacolo, può aiutare a proteggere la parte più indifesa ed emotiva del proprio io: è come avvolgersi in un bozzolo, che ci aiuta ad attutire gli urti.

Nel tentativo di prendere le distanze dalla materia emotiva, si potrebbero individuare tre chiavi di accesso: una sociologica, una psicologica, una psicanalitica.
La prima chiave ci introduce negli antri periferici di un mondo avviluppato dal capitalismo globale: nei laboratori artigiani di un sobborgo popolare di Seul (ma potrebbe essere lo stesso o in altre favelas degradate, sporche, grigie, sommerse dai rifiuti e soggette a controlli mafiosi). Qui i lavoratori soffrono la crisi, s’indebitano, finiscono per cadere nelle mani dell’usura, e, non potendo onorare gli interessi pazzeschi del 1000 per cento, finiscono preda di vendette crudeli e inenarrabili da parte del racket. Già questo tema di denuncia, che evidenzia l’impegno civile del regista Kim Ki-Duk, è condotto in modo magistrale, con inquadrature cupe, dai toni freddi, metallici. Con stridori agghiaccianti.
La seconda chiave è di tipo psicologico e ci riporta a un tema classico nella letteratura e nel cinema: quello del delitto e del bisogno di espiare (basti pensare a Dostoevskij e a McEwan, e al film, tratto dal libro omonimo dello stesso, Espiazione). Un tema di respiro universale, che va oltre la cultura cristiana del senso di colpa. Solo che, per scontare una colpa in modo liberatorio, bisogna avere la coscienza del proprio torto, e del male fatto agli altri. Invece il protagonista, incapace di empatia, è del tutto indifferente agli altri, è disumano, tanto che appare un’incarnazione fisica del Male o del diavolo. Lo è, però, fino a un certo punto: fino a quando non compare in scena sua madre (quella che lo aveva abbandonato alla nascita). La donna gli insegna prima l’amore (che non ha mai conosciuto, e, che, in quanto negato, lo ha indurito e incattivito) e poi , con estrema durezza ed astuzia, il dolore e la pietà. Questi sono i passaggi obbligati per approdare all’espiazione e alla liberazione. In conclusione, il film declina il genere del racconto di formazione, ma senza facili ottimismi, ed, anzi, in una prospettiva nichilistica.
La terza ci riporta al complesso edipico e alla complessità del rapporto madre-figlio, accresciuta dal fatto che al protagonista questa relazione fondamentale è mancata: la madre, portatrice di un senso di colpa grande come un macigno, va incontro alla sofferenza, anche brutale, per pagare il suo peccato. Il figlio la odia e la ama. Lei, a sua volta, non può che amare il figlio ritrovato e odiare l’uomo terribile che è diventato. Il volto della madre, bello e tragico come una maschera giapponese, rigato di lacrime non abbandona facilmente lo spettatore.
Peccato che nel film il regista non sia riuscito a incorporare la scena della locandina, un’evidente rivisitazione del capolavoro di Michelangelo.
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