“Venuto al mondo”: la fine è l’inizio di una storia mancata.

Pubblicato: 17.12.2012 da Francesca Meneghetti in Cinema
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48772.resizedIl rapporto tra un libro e un film è sempre molto complesso e non sempre improntato a reversibilità (per cui non è detto che, se leggi il libro, poi vedi il film o, se prima vedi il film, poi leggi il libro). Anzitutto lettori e cinefili spesso sono rappresentati da persone diverse. In secondo luogo, se la prima opera fruita ha suscitato entusiasmo, spesso è la paura della delusione che impedisce di assaggiare il prodotto “complementare”.

Non è facile neanche per chi fa cinema rendere con immagini, e con inevitabili ellissi od omissioni, ciò che le parole raccontano in modo più ampio e disteso (in genere si procede in questo modo: è difficile che il film aggiunga materiali narrativi a quelli di un libro). Nel caso di “Venuto al mondo”, tuttavia, una metamorfosi fedele è garantita dalla partecipazione alla sceneggiatura della medesima autrice del libro, mentre suo marito è regista, produttore, personaggio di rilievo, e il figlio di entrambi è il soggetto di cui parla il titolo: colui che è “venuto al mondo”. Tra parentesi, questa gestione domestica del prodotto cinematografico può risultare un po’ irritante per quegli spettatori che preferirebbero si evitasse il ricorso a logiche familistiche protezionistiche.
 
Tuttavia questo sarebbe un approccio solo sociologico al film e non testuale, perciò ingiusto rispetto al valore possibile dell’opera. Veniamo dunque al film, filtrato dallo sguardo di chi ha già visto il libro. La prima immagine, impostata verticalmente (una banda sinistra verde e azzurra, statica; una fascia a destra invece in veloce movimento, acqua blu che scorre: si scoprirà alla fine che è la ripresa dall’alto di un traghetto), fa presagire una bella fotografia. Ma queste aspettative rimangono deluse, ed è un peccato perché chi la letto il libro cerca la struggente bellezza di Sarajevo prima della guerra, cerca (e teme) le violenze e le ferite agli esseri viventi e alle case durante il conflitto, cerca le foto: quelle scattate con parossismo da Diego, il fotografo dolce e sofferto di Genova, magrissimo ed esaltato. Ma non si trovano, tranne in alcune sequenze, immagini all’altezza delle aspettative: Sarajevo resta un miraggio che si intuisce dietro i palazzoni dell’era del comunismo, e Diego diventa, chissà perché?, americano e corpulento. E’ l’unico, per altro, che, al di là dell’ottima interpretazione di Emile Hirsch, non entra nel phisique du rôle. Gli altri, invece, a partire da Penelope Cruz (Gemma) per arrivare a Adnan Haskovic (Goyko), e alla bellissima attrice turca Saadet Aksoy (Anka) aderiscono perfettamente al personaggio.
 
La forza del film sta nel plot, nella trama drammatica che intreccia guerra, amore, amicizia, desiderio di procreazione. Gli ingredienti sono molti (nonostante le sforbiciate operate rispetto alla vicenda narrata nel libro). Forse troppi (come nel libro). Però l’insieme funziona, almeno a livello emotivo: coinvolge e fa vibrare diverse corde della sensibilità.
 
Qualcuno potrebbe anzi sostenere che quest’asciugatura (che pure non impedisce al film di superare le due ore di durata) abbia fatto un buon servizio alla storia di Gemma, narrata (nel libro) con uno stile singolare, che alterna periodi brevi, secchi, pieni di ritmo a espressioni molto melodrammatiche, che però piacciono ai lettori (esiste addirittura una pagina su Facebook con le “frasi più belle” di ”Venuto al mondo”).
 
E tuttavia, tanto nel film quanto nel libro, resta la sensazione che la storia più intrigante, profonda, drammatica, sia quella che inizia dalla fine e che non è raccontata: il lieto fine apparente è una mezza via tra la soluzione consolatoria del “volemose bene” e la paura di affrontare la realtà. O almeno quella realtà sconvolgente che l’immaginazione della scrittrice Mazzantini aveva saputo concepire.
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