Un poema punk sul disagio dei trentenni veneti nell’ex Eldorado. Recensione a “Perciò veniamo bene nelle fotografie”. Romanzo in versi, di Francesco Targhetta, Isbn edizioni.

Pubblicato: 07.01.2013 da Francesca Meneghetti in Libri e dintorni, Recensioni
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In una Bustina di Minerva (“Ma glielo abbiamo chiesto noi” del 21 dicembre 2011) Umberto Eco introduce una schematica, ma efficace, distinzione tra prosa e poesia.

La prima parla di cose: “<rem tene, verba sequentur>, possiedi bene quello di cui vuoi parlare e poi troverai le parole adatte.[…] In poesia accade invece tutto l’opposto, prima t’innamori delle parole, e il resto verrà da sé, <verba tene, res sequentur>”. Ma si potrebbe anche parlare di una prevalente intenzione etica (o di contenuto) nella prima contro una prevalente intenzione estetica, o formale nella seconda.

Il secondo libro di Francesco Targhetta, essendo il primo, “Fiaschi”, una raccolta di poesie, pone al lettore dei seri problemi di scelta e di classificazione. Perché, se guardiamo alla forma, ce n’è da dire: la sensibilità per le parole, le costruzioni di frase, i ritmi, le figure retoriche, è debordante, nonostante la passione per lo stile dimesso e prosastico dei crepuscolari professata dall’autore, un talentuoso giovane trevigiano che, a suo dire, “vicino al millesimo spritz, vivacchia”, e condivide la passione per Gozzano e la musica punk (va venire in mente perciò “Questa notte mi ha aperto gli occhi”di Jonathan Coe). L’intenzione poetica è cosi pregnante che i versi si prestano bene per esercitazioni scolastiche di analisi del testo poetico.

Livello fonico: non mancano le allitterazioni, le rime o assonanze o consonanze spesso ironiche (Tondelli/cervello), come da scuola crepuscolare ma anche montaliana.

Livello metrico-ritmico: prevalenza di versi endecasillabi, che poi rappresentano l’espressione ritmica più naturale, così si dice, della lingua italiana, e che imprimono al testo l’impressione di una dolente, lunga sinfonia sul precariato giovanile.

Livello lessicale: un plurilinguismo spinto, sulla scia di Montale, che mescola italiano colto e desueto (cachinno, ponzare, dilegine, malmostoso) con il vernacolo veneto (stonfo, schei, gnoco), l’inglese, tecnico o commerciale o musicale (esempi rispettivi jack-jack, outplacement o job posting, indie rock) con il francese e il latino, il gergo giovanile (fattone, per drogato marcio) con il sottocodice letterario (bildungsroman, paranomasia, poliptoto), le parole della pubblicità, portatrici di un marchio commerciale (Ikea, Brico, Iperlando, Hugo Boss, Kinder) e parole rigenerate (“ti dici che hai perso/di nuovo, vita, che esisti solo nei tempi supplementari”). E poi, come ha scritto e ribadito Roul Bruni, il gusto dell’elencazione, specie di oggetti che ricreano le atmosfere quotidiane da salotto piccolo-borghese proprie degli appartamenti vecchi presi a prestito dai giovani protagonisti senza casa: “tuffatevi anche voi tra gli ammennicoli!/lo snorkeling tra le bomboniere/di nipoti, cugini e parenti/passati ormai a vita migliore,/ stagliarci su quadri paesaggistici/peggio di quelli dei vecchi intercity,/ nuotare in corridoi di lavanda/ per andare nel bagno in calcare,/ tra zaffate di detersivi e Colossei/sbiaditi, le torri di Pisa che cambiano/colore a seconda del tempo”).

Livello sintattico: in controtendenza rispetto alla moda per costrutti atomici, sincopati dalla punteggiatura, qui ritorna il periodo fluente, articolato, che sembra sgorgare come uno stream of consciusness (libera espressione dell’io, anche profondo), o un monologo interiore, ma è in realtà accuratamente controllato dalle regole della sintassi.

Livello retorico: c’è un marcato ricorso alla metafora. Esempio: “Certi giorni di nuvole da asporto/che straziano gravide di smog/il viadotto e il ristopub africano,/in laterali agre di vecchi affissi/attorno ai garage per camionisti,/ci si specchia unti nelle vetrine/ dei centri telefonici internazionali”. Ma non mancano l’iperbole e l’ironia, come quando, ad una festa, i giovani protagonisti maschi osservano, a proposito delle ragazze: “tanti nomi in ica/ e niente arrosto”.

Solo a partire da questa “forma” ci sarebbe molto da dire. Per esempio sulle apocalittiche affermazioni circa il dis-apprendimento della lingua italiana da parte dei giovani. Perché qui emerge tutto il contributo formativo della tanto deprecata scuola italiana. Francesco, che dichiara origini modeste dal punto di vista sociale (il che non significa pochezza di educazione, intelligenza, senso civico, naturalmente), ricorda la sua maestra, la prima di altri docenti non menzionati, ma bravi, a guardare dai risultati: sicuramente più del professore universitario Pacchioni (nomen omen: il nome è un presagio), da cui il protagonista attende inutilmente un posto per il dottorato.

Ora il fatto che un ragazzo non restio a indossare la felpa dei black bloc decida di raccontare una storia – propria della sua generazione – con uno stile acculturato, così diverso da quello dei writers, o dei giovani narratori autoreferenziali, capaci di scrivere solo come parlano, con un lessico esile come il bagaglio a mano in un volo low cost, a è già un fatto fuori del comune. Che poi abbia deciso di versificare con un respiro più ampio di quello di singole poesie, con l’andamento sinuoso dei versi beat di un Allen Ginzberg (“L’urlo”), mentre nella sua testa risuonano musiche punk, ha dello straordinario. Certo, quella dell’autore non è una scelta pop, facile, utile, forse, a comunicare al meglio con i coetanei. E’ piuttosto una scelta ardua, sbattuta in faccia con orgoglio agli adulti arrivati, fintamente progressisti, come Pacchioni, che ignorano i giovani talenti per manovrare le leve del potere con criteri berlusconiani, alla faccia del merito.

Se poi passiamo alla dimensione romanzesca dell’opera, ci troviamo di fronte ad una struttura debole: la fabula è esile e un po’ incerta. I personaggi – gli studenti-lavoratori coinquilini di un appartamento padovano dell’Arcella – sono sfumati, più che fortemente delineati come si pretende da un romanzo, compreso per altro – ma questo è un merito – l’io narrante. Non mancano poi ridondanze, cui avrebbe giovato un po’ di asciugatura. Ma l’ambientazione e i temi sono potenti. In conclusione: romanzo è un termine forse eccessivo, ma poema punk, od opera in versi, fortemente caratterizzata per le tante “cose” da dire, come si addice alla prosa, senz’altro sì.

Partiamo allora dall’appartenenza dell’autore a quel milieu sociale rappresentato dal Nord-est, fino a pochi anni fa sinonimo, al tempo stesso, di miracolo economico e di ricchezza, e di terra di frontiera, dove cowboy leghisti fronteggiavano orde di “indiani” provenienti dall’Europa dell’est, dall’Africa, dall’Asia.

Nel suo primo libro, “Fiaschi”, Targhetta aveva espresso ruvida polemica per questo modello di sviluppo (anche ricorrendo alla parola-chiave “rivolta”), che tuttavia sembrava vincente e intramontabile. Ora, a distanza di soli tre anni, adesso che la locomotiva veneta non tira più e la disoccupazione, specie giovanile, è fenomeno importante anche in questo ex-Eldorado, risultano ancor più attuali le sue precedenti considerazioni, riconfermate dal nuovo libro. A partire dalle note sul paesaggio di cemento creato da questa crescita drogata: un ambiente che, tra cavalcavia, rotatorie, incroci impossibili, centri commerciali, soffoca o altera ogni espressione di spontanea vita naturale e che spinge a sognare paesaggi solitari ed esotici insolitamente nordici più che tropicali, come l’Islanda, l’Estonia o la Transnistria.

Ma soprattutto è confermata, la critica a un sistema che riconosce status e dignità solo a chi possiede lavoro e che può consumare ad alti livelli (per cui “consumo ergo sum”, vedi Zygmunt Bauman), non certo merendine ipercaloriche, kebbab o pizze a prezzi popolari, come gli studenti universitari, che condividono, in ciò, usi, costumi e consumi degli stranieri immigrati. Il che non favorisce l’autostima e risulta ancor più penoso per una generazione che ha succhiato il consumismo fin dalla più tenera età attraverso Haribo fucsia, marshmallows verdi, chupa-chupa, Big Babo, Kinder Délice, Girelle e Saccottini: un concentrato di dolcezza manipolata da un capitalismo che ha disatteso promesse e speranze di consumi più adulti e prestigiosi, almeno giunti al giro di boa dei trent’anni.

E’ un sistema che congela la vita di tanti giovani non più ragazzini in uno stato indefinito di attesa, disoccupazione, occupazione precaria od occupazione in lavori di merda. Perciò questi giovani, allenati a stare fermi nell’attesa del vero lavoro, che appare un miraggio lontano, “vengono bene nelle foto”, come dice il titolo.

Un sistema, che, pietosamente o in modo perverso, ci illude che viviamo sotto la spada di Damocle (siamo in crisi, dobbiamo fare sacrifici, ma poi l’occupazione risalirà), mentre, forse, stiamo assistendo a una mutazione della civiltà e, al tempo stesso, all’estinzione del lavoro e alla conseguente esclusione da questo mondo di un numero, straordinario sul piano globale, di persone, specie giovani, trattati come falliti. Così scriveva, nel 1996, Viviane Forrester nel suo “L’horreur économique”, troppo presto dimenticato.

Ci si può ribellare a questa prospettiva incivile e disumana? Se in “Fiaschi” Targhetta apriva e chiudeva con la rivolta, qui il nichilismo è più radicale e richiede il conforto dell’oblio alcolico, alla maniera dei poeti maudit o degli scapigliati nostrani: “bisogna, sai, ricordarsi di bere,/di idratarsi, due litri al giorno dicono/gli esperti, fai tu se di torchiato/ o di von santo, dei Weizen tedesche/o di birre a doppio malto”. Non c’è solo l’ironia. Tra i versi, e tra le pieghe dell’esistenza, si affaccia anche una purissima disperazione che fa dire al protagonista, che si è visto rifiutare una domanda di indennità di disoccupazione, “lo faresti, sì, il ricorso,/ confessi a tua madre,/una sera,/ ma contro la vita intera”.

C’è da sperare che per i riconoscimenti che sta ottenendo questo libro gli aprano la strada, se non alla piena felicità, a una tranquilla forma di esistenza. Ma gli altri ragazzi, dietro a lui, solo un poco meno dotati? E’ un bene che Francesco ci abbia portato a riflettere su quello che forse è il problema centrale del nostro tempo. Gli dobbiamo molto.

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