Archivio per la categoria ‘Discussioni’

Il giorno del giudizio_fronte

Pomeriggio anonimo d’estate.

Due individui sono costretti a un duello.

Sfidante1:“Tu non hai letto questo libro? Devi leggerlo!”

Sfidante2:“Urca! A sì?? e tu non hai letto quest’altro! Vergogna!”

Sfidante1:“…e di questo che mi dici?”

Sfidante2: “già sentito ma non mi ispira: solite menate su quell’argomento. Piuttosto leggi quest’altro!”

La sfida dura ore, il sole “coce” i due passano in rassegna quanto di meglio c’è nella loro memoria di lettori. Colpo dopo colpo la coppia arriva prossima allo sfinimento, ogni titolo proposto da uno è indifferente o già stato letto dall’altro. Sembra una patta ma, ad un certo punto… (altro…)

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stabat-mater«Co’ ‘sta piova e co’ ‘sto vento chi è che bussa al mio convento?»

«Sono una povera verginella che si vuole confessare!»

Siamo nel 1700 nella Serenissima repubblica di Venezia solo che a bussare non è la povera verginella ma fu sua mamma che la abbandonò presso il Pio Ospedale della Pietà subito dopo la nascita. La povera verginella sedicenne, di nome fa Cecilia e non sente l’esigenza di confessarsi se non con se stessa o meglio con due entità immaginarie prodotte dalla sua mente: sua madre mai vista alla quale rivolge delle lettere scritte in fogli riciclati e la sua “morte” che lei immagina essere una figura con con sembianze umane ma dai capelli di serpente e alla quale si rivolge a voce scambiando con essa delle brevi ma frequenti discussioni (altro…)

casadidio.Quando si cresce si tende a catalogare i problemi dei “ragazzini” come piccoli ed insignificanti dimenticandoci quanto quelli stessi piccoli problemi condizionarono la nostra giovane vita da teenagers. Poi può accadere che un brillante e, in Italia, semi sconosciuto autore di nome David Mitchell decida di costruire, camuffato da libro, uno strano marchingegno in grado di rapirci dalla realtà e iniettarci nella testa di un tredicenne inglese. Non ci si mette molto a renderci conto della magia di cui sono dotate le pagine lette. Una volta iniziato ci si ritrova immersi in una realtà diversa, una realtà di cui non abbiamo il controllo perché siamo dei “parassiti” che, dentro il corpo del giovane Jason, attraverso i suoi occhi, la sua mente e il suo cuore, vivono un intero denso anno della sua vita.

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Non so quale sia stato il motivo che mi abbia portato a leggere questo testo: non conoscevo l’autore, non ho mai avuto occasione di scorgere il romanzo in libreria, le due biblioteche alle quali sono iscritto non avevano alcuna copia del libro, al momento in cui la sua lettura mi è stata proposta dovevo partire per una vacanza di tre settimane durante la quale non avrei letto assolutamente nulla, eppure “Volli, sempre volli, fortissimamente volli!”, leggere questa opera di Vargas.la_zia_julia_e_lo_scribacchino

Forse è stato istinto, forse è accaduto perché a propormelo fu una persona che reputo sapere cosa sia stile e cosa non lo sia, fatto stà che ora, terminate le ultime pagine mi ritrovo qui a scriverci sopra un commento.

E’ un libro che mi è piaciuto moltissimo, da tempo un romanzo che ritengo non essere sperimentale dal punto di vista linguistico, non catalizzava così tanto la mia attenzione. E’ lungo, denso e specialmente all’inizio si ha l’impressione di non avanzare ma non si fa fatica perché l’autore scrive, a mio avviso, divinamente. E’ dotato di una proprietà di linguaggio e di un vocabolario eccezionali, non un avverbio, non un aggettivo che siano fuori posto. Il testo è chiaro e molto evocativo.

L’autore in questa opera ci narra la storia (altro…)

Ile segnalò io andai.

Ho deciso di farci un salto la domenica, il programma personale è stato: mattina Ikea pomeriggio Pedrocchi.

Approdo nel centralissimo bar alle 17, noto due gazebo visibilmente sponsorizzati da “IL Gazzettino”, mi avvicino al primo, qui vi sono dei libri (a me sconosciuti) e tre standiste che non mi badano manco a pagarle, vabbuò proseguo al secondo gazzebo, qui una coppia di ragazzetti mi offre una copia del Gazzettino di domenica con dentro il programma della manifestazione e due biglietti (ero con Francesca) validi per una degustazione di vini al banco presente immediatamente dopo l’entrata al complesso Pedrocchi retrostante il gazebo.

A questo punto rileggo il programma, noto diversi eventi di mezzora l’uno, in cui autori emergenti o quasi, presentano il loro libro sconosciuto o quasi edito da una casa editrice sconosciuta o quasi.
Entro per l’unico ingresso indicatomi, qui cerchiamo in due di capire quali potessero essere le fantomatiche “sala bianca”, “sala verde” e “sala ottagonale”, luoghi indicati come sede di presentazioni ed eventi ma neppure lontanamente identificabili.
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Leggere “Seta” è stato per me come mangiare una spigola di cattura di mezza taglia. La carne è stata soffice gustosa, pregiata, non stomachevole, mai pesante. Come spesso accade quando si mangia cibo di tal pregio, mi sono alzato da tavola non sazio ma con il palato soddisfatto.

Scrittura liscia, e morbida, ho trovato curioso lo stile “a fotogrammi” semplici ed efficaci che si leggono come si trangugiano gli arachidi tostati.

E’ stato il mio primo Baricco, me ne parlò un’amica ancora nel secolo scorso, amica che precedentemente aveva colto nel segno consigliandomi altre letture delicate. Raccolsi il consiglio ma non lo seguii limitandomi ad archiviarlo in una qualche regione del cervello.

La mia lettura di “Seta” è stata frammentaria e grazie a ciò ho riscoperto con questo racconto il piacere di bramare il ritorno alla lettura.

A volte si dice che questo libro sia un romanzo breve, talvolta lo si etichetta come racconto, per me è stata una lunga poesia.

Ma voi, quanto vi immedesimate?

Pubblicato: 23.07.2008 da lapproff in Discussioni

Lo so, ne abbiamo già parlato in altra sede (chissà quale…), ma non ho sentito tutte le campane; quindi, da bravi lettori che siete  (perchè lo so che siete bravi, anche quelli che dicono di non esserlo), quanto vi immedesimate in quello che leggete? Non trovate che questa parola sia un po’ abusata? A me sono girate un po’ le scatole su answers nel vedere tutte queste ragazzine che dicevano di immedesimarsi in Twilight (tanto per citarne uno); e non è solo una questione di libro, oppure è PROPRIO una questione di libro?

Io non mi immedesimo quasi mai. Mi rendo conto che guardo (leggo) il libro troppo dall’esterno, troppo con occhi critici per potermi immedesimare. Con questo non intendo dire che faccio la critica letteraria in gonnella tutte le volte che apro un tomo, ma che considero quello che leggo “altro da me”. Raramente mi sento o vorrei essere quel personaggio. Non so se dipende dal fatto che è difficile immedesimarsi in personaggi come quelli della solitudine dei numeri primi (l’anoressica sciancata e il matematico psicotico) o delle sorelle Bennett di Orgoglio e pregiudizio o di Frodo del Signore degli anelli, o se è questione di carattere (ormai sapete che sono ipercritica e diffidente per natura). Mah. Però direi che non mi capita mai. Credo almeno.

Soprattutto, vorrei insistere sul fatto che “immedesimarsi” non significa essere coinvolti (o meno) dal libro che si sta leggendo. Posso essere presissima e coinvoltissima e affascinatissima dalla storia che leggo senza sentirmi quel personaggio, senza condividerne punto di vista e aspettative. Lui è lui (o lei è lei) e io sono io. Forse non ho ancora capito chi sono io. Però ho capito che non sono un essere di carta.

E voi?