Posts contrassegnato dai tag ‘immigrazione’

Se tuo figlio musulmano mangia salsicce

Pubblicato: 12.03.2013 da Francesca Meneghetti in Cinema
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east-is-east_itaIl tema delle frontiere culturali e religiose ha assunto una rilevanza particolare nel dibattito culturale degli ultimi vent’anni. Fino a che gli italiani erano emigranti e l’immigrazione un fenomeno di nicchia, impercettibile, si viveva all’interno di una bolla etnocentrica: come gli uomini prima di Copernico.

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Se io fossi Dio… La mia recensione a Miracolo a Le Havre

Pubblicato: 15.12.2011 da Francesca Meneghetti in Cinema
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Ancora un film sull’immigrazione, in una località di mare. Dopo aver visto film come “Io sono Li” e “Terraferma” sembra difficile trovare un approccio originale ad un problema ineludibile del mondo occidentale attuale. Eppure il regista Kaurismäki sembra aver trovato una strada, che potremmo definire di realismo magico.

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About “Io sono Li” (non lì!)

Pubblicato: 13.12.2011 da Francesca Meneghetti in Cinema
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Io sono Li” così si presta ad una recensione  comparativa, con riferimento “Terraferma” 

di Crialese. Entrambi si svolgono in località di mare, abbastanza chiuse e isolate, in cui si innestano elementi “estranei”. E’ la nuda verità del presente, che i due film riprendono con una spiccata vocazione realistica, come già aveva fatto per un contesto montano Giorgio Dirittti  (Il Vento fa il suo giro).

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Treviso: le seconde generazioni di immigrati si raccontano

Chi sono veramente le ragazze e i ragazzi a cui viene frettolosamente assegnata l’etichetta di “seconde generazioni” (se si vuole abbracciare con un’unica, approssimativa, espressione tutto quell’ insieme variegato di adolescenti e giovani arrivati in Italia da piccoli, al seguito dei loro genitori)? Chi sono quei giovani che, singolarmente presi, vengono identificati e incasellati a priori dalla società, in base alla regola implicita delle tre “A” (aspetto, accento, ascendenza)? Sappiamo veramente che cosa vogliono, come si sentono e si vedono? Se, e quanto, vogliono conservare delle loro tradizioni? Se desiderano integrarsi per appartenere totalmente alla nuova identità italiana? Se aspirano ad una sorta di cosmopolitismo, anche grazie alla padronanza delle nuove tecnologie comunicative, che fornisce loro – ponte tra due mondi – una coscienza globale? Se sono destinati inevitabilmente alla ribellione dal loro ruolo di figli, istruiti in modo occidentale, di padri affamati?

Qualche volta, piuttosto che teorizzare su di loro, sarebbe meglio ascoltare. Con qualche sorpresa.

 

I proventi delle vendite  vanno ad Istresco ed Auser- Cittadini del mondo

 

 Libri dell’autrice:

I vagabondi, la società e lo stato nella Repubblica di Venezia alla fine del ‘700, Roma 1984;

Treviso- Genova, andata e ritorno. Gli albori dell’emigrazione transoceanica(1876-1878), Treviso-Venezia 1990;

Un ragazzo del novecento: lettere e ricordi un alpino pittore, 1940-1994, Sommacampagna 2004

Due parole (almeno mentalmente mi dico sempre così poi divago e sbrodolo parole a destra e a manca), su un film che ho visto sabato sera: “L’ospite intattso”.ospite

E’ un film in cui il protagonista è un professore universitario prigioniero della propria vita monotona assolutamente scevra da emozioni, per lavoro si reca a New York dove ha un appartamento che non usa da anni. Quando vi si reca scopre che al suo interno vi alloggiano due persone Tarek (siriano) e la sua compagna Zainab (senegalese), che sono stati vittima di raggiro da parte di un amico il quale disse loro che l’appartamento era libero e in affitto. Dopo essersi chiariti con il professore, il cui nome è Walter Vale, i due si accingono a lasciare l’appartamento con tanto di scuse ma il docente, mosso da compassione visto che non avevano un posto presso cui stare, decide di ospitarli per il tempo necessario a trovare una soluzione.

Tra Tarek e Walter nasce un’amicizia basata sulla musica, Tarek suona il tamburo africano e Walter inizia a suonarlo grazie ai consigli dell’amico. Proprio quando tutto inizia a girare per il meglio, al ritorno da una suonata collettiva al parco, Tarek vine fermato in metropolitana dalla polizia. Si scopre così che i due amanti sono clandestini e inizia il calvario che vede il docente tentare di far uscire l’amico dal centro di detenzione temporanea presso cui è stato rinchiuso in attesa di provvedimenti.

Non è un film violento, è lucido, fa riflettere, mette in luce la cecità e le contraddizioni dell’ente immigrazione americano. L’opera ci mostra un’America che, smaniosa di giustizia (alias “vendetta”) per i fatti dell’undici settembre, si accanisce con irragionevolezza contro gente che con quei fatti non ha nulla a che fare; eloquente la frase da rinchiuso di Tarek che recita più o meno così: “…quelli pensano che qui dentro ci siano i terroristi ma non capiscono che i terroristi hanno soldi e sono lì fuori e ben protetti …”.

Il film vede anche il riscatto da parte di Walter della sua vita, un risveglio che lo porta a rendersi conto e ad ammettere ad un interlocutore (madre di Tarek) il vuoto e l’inutilità della sua esistenza. Vediamo un Walter, inizialmente razionale e freddo, scoprire e far uscire l’arte che c’è dentro in lui, lottare per un qualcosa di cui pian piano prende coscienza, capire che il suo cuore non è avvizzito.

Terminato il film mi è balzata per la mente una frase di una canzone di Giorgio Gaber (“Io se fossi Dio”) che mi pare calzare molto bene con il messaggio predominante passatoci dalla pellicola:

“…e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio dall’altra si riempiono le galere di gente che non c’entra un cazzo…”